
Giorgia Meloni e il ministro Giancarlo Giorgetti sbandierano come un successo storico lo “sconto” concesso da Bruxelles: una flessibilità di bilancio dello 0,3% del PIL all’anno per il triennio 2026-2028. Una boccata d’ossigeno da 14 miliardi di euro che il governo presenta come il bottino di una fiera trattativa sovranista, ma che a ben guardare somiglia molto di più a un guinzaglio corto.
Dietro la concessione dell’UE per contrastare i rincari dell’energia, infatti, si cela un commissariamento di fatto della politica economica nazionale. I paletti fissati dalla Commissione sono rigidissimi: i fondi non potranno essere usati liberamente. Niente tagli strutturali delle accise e niente bonus a pioggia come voleva il governo. Bruxelles impone che le risorse vadano a investimenti nelle energie rinnovabili, nella transizione green e nelle reti elettriche e solo una minima parte alle famiglie più poveri come aiuti.
Mentre Palazzo Chigi festeggia per aver ottenuto il permesso di spendere soldi che comunque graveranno sul debito pubblico, l’ombra del nuovo Patto di Stabilità si allunga sul Paese. L’Italia resta un vigilato speciale, impantanata in una procedura per deficit eccessivo che impone una cura lacrime e sangue. I 14 miliardi di “flessibilità” sono l’esca per far digerire un’austerità di ritorno: per ogni micro-concessione sull’energia, l’Europa esige tagli feroci alla spesa pubblica ordinaria.
A pagare il prezzo di questo compromesso al ribasso saranno, come sempre, lo stato sociale, la sanità pubblica e la scuola, settori sistematicamente definanziati per far quadrare i conti di un bilancio blindato.
Il governo non vuole neppure prendere in considerazione di spendere meno per gli armamenti e si rifiuta di discutere la mozione che Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Italia Viva hanno presentato per chiedere esplicitamente di riconsiderare gli impegni con la Nato.
Ma in queste ore sconvolge ogni coscienza soprattutto la tragedia dei quattro giovani braccianti afghani nel Cosentino, uccisi dai caporali. Questi non sono tragici imprevisti: sono omicidi di Stato, consumati all’ombra di un sistema normativo e produttivo che trasforma gli esseri umani in scarti usa e getta.
La risposta del Viminale di fronte ai corpi che si accumulano nei campi e nel Mediterraneo è raggelante nella sua prevedibilità: non una task force contro i padroni criminali, non l’abolizione della Bossi-Fini che incatena il lavoratore al ricatto del permesso di soggiorno, ma l’ennesima “stretta” sui migranti.
Una cinica farsa securitaria che mira a punire ulteriormente le vittime anziché colpire i carnefici.
Il governo, al di là di poche parole di circostanza, si volta dall’altra parte rispetto alle denunce dei sindacati e dei sociologi che parlano apertamente di schiavismo strutturale nel nostro agroalimentare. L’ossessione del governo resta l’ordine pubblico, la caccia all’irregolare, la militarizzazione dei confini.
Ma la verità è che il caporalato non è un malfunzionamento del sistema, ma il suo motore silenzioso, tollerato e alimentato da leggi che negano diritti fondamentali.
Proteggere i lavoratori dalla violenza mafiosa e dallo sfruttamento richiederebbe coraggio politico, ispezioni severe e tutele reali. Ma per questa destra è politicamente più redditizio agitare lo spauracchio dell’invasione piuttosto che fermare la mano criminale di chi si arricchisce sul sangue degli invisibili
Enrico Rossi

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