Sarebbe facile se per fare una “nazione” bastassero la bandiera e un canto. Fatto è che oltre la “nazione”, vi è lo Stato. Quando il soldo valeva cinque centesimi, gli anziani dicevano che spesso ne mancava ancora uno per fare la lira, il minimo per “cominciare”. Quell’inezia faceva la differenza. Così è del rapporto tra due Entità del tutto diverse: la nazione (i diciannove centesimi) e lo Stato (la lira). La nazione era e rimane un’identità storica percepibile per somme e diversità. Lo Stato è la forma giuridica accettata dalla Comunità internazionale. La nazione è una bellezza. Lo Stato è la certezza. Ogni Stato europeo, antico o nuovo che sia, ha nel proprio ambito cittadini in larga maggioranza appartenenti alla “nazione” storicamente precipua e/o egemone, ma anche molti altri che invece non lo sono affatto e talora agognano a confluire in altri Paesi o addirittura a far parte per se stessi. La deflagrazione dell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche (URSS) ha impresso nel magma geopolitico dal Caspio all’Europa orientale sommovimenti non ancora assestati nel quadro internazionale (il Kossovo esiste solo per chi lo riconosce) né metabolizzati dalla cultura politica, in particolare la nostrana, che fa delle elezioni a Ostia la sfida tra il Male e il Bene, tra la Luce e le Tenebre. Provincialismo perpetuo di un Paese impastato di municipalismi, faide di quartiere beghe da balconi. In tanta parte d’Europa gli “Stati” rimangono lontani dal coincidere con le “nazioni”: una coincidenza pressoché impossibile nelle numerose zone mistilingue e plurietniche non solo della Vecchia Europa (che già tanto assilla) ma dell’intero pianeta, popolato di “tribù”.
In sé la distinzione tra nazione e Stato sarebbe meno preoccupante se ogni Stato fosse riconosciuto alla pari dagli altri Soggetti della comunità internazionale e se vedesse i propri “nazionali” rispettati come rispetta i “nazionali” altrui. Sotto questo profilo la Repubblica italiana è esemplare, sulla scia della legislazione d’avanguardia varata nel primo Novecento con la legge sulla cittadinanza e sull’obbligo dell’istruzione. L’Italia garantisce nel diritto e nei fatti il massimo di parità per tutte le “minoranze”, i cui privilegi, anzi, spesso vengono preposti a quelli dei cittadini quietamente “italiani”, numericamente maggioritari e talora perplessi perché si vedono precedere non da pecorelle smarrite (cioè “di ritorno”) ma da quanti, non richiesti né programmati, vi sopraggiungono. Oggi come ieri, il punto di riflessione sull’Italia (come su ogni altro Paese di lunga sedimentazione), non è se essa sia o no “nazione” ma se essa sia anche, quale nacque e/o si volle, uno Stato pienamente sovrano.
L’“Italia” è tra le nazioni più antiche del pianeta, ma come Stato (nato da un lungo processo, durato dal 1848 al 1918 e drasticamente/drammaticamente “revisionato” nel 1945-1953) è tra i più recenti persino del piccolo Vecchio Continente. Fu preceduta, per esempio, dal regno di Grecia, nato dalla lotta per l’indipendenza dal dominio turco-ottomano, e dal Belgio, un Paese “artificiale”, sorto per accordi tra grandi potenze, in linea con il Congresso di Vienna del 1815.
Le nazioni sono la Storia. Gli Stati sono frutto del sempre precario equilibrio tra le Potenze (realtà cangiante) e il Diritto internazionale (una mera convenzione). Una pletora di Stati oggi accreditati quali soggetti della comunità internazionale sono frammenti residuali di imperi arcaici e del colonialismo europeo (che ebbe tra le sue proiezioni maggiori quello russo, mirante tra Otto e inizio Novecento al dominio su Afghanistan e Corea). Quella convenzione esclude l’elevazione a Stati di realtà nazionali scomode (gli armeni e i curdi sono tra le più conclamate) e perpetua la disparità tra Stati e nazioni nella speranza (o cinico calcolo) che il tempo attutisca le differenze e omologhi gli abitanti del pianeta in un miscuglio indistinto di abitanti, giorno dopo giorno uniformati dal soddisfacinento dei loro bisogni elementari. L’Organizzazione delle Nazioni Unite è il caso più vistoso del “gioco delle tre carte” dominante: spaccia gli Stati per nazioni e viceversa, e si rivendica depositaria di una morale sovrannazionale, abusiva ed abusata.
Con buona pace di quanti (quasi tutti i “pensosi” non sempre “pensanti”) ritennero che essa costituisse la “fine della storia”, la dissoluzione dell’URSS un quarto di secolo addietro aprì una fase nuova, tuttora in atto, fondata sulla riaffermazione dei precordi delle nazioni, codificati nel primo Ottocento: etnia, lingua, senso di appartenenza e persino la religione, che costituisce uno dei pilastri della Federazione russa, degli Stati Uniti d’America (lo ricorda Sergio Romano nelle terse biografie di Putin e di Trump, e nell’Elogio della guerra fredda, trilogia edita da Longanesi). La storia, ci ricorda, ha più fantasia dei suoi studiosi.
L’invito a fare i conti con questa realtà pulsante viene perentorio da Brexit. La Sfida (ed. Giubilei Regnani), in cui Daniele Capezzone e Federico Punzi invitano a riflettere su “Il ritorno delle nazioni e la questione tedesca”, deponendo preconcetti di comodo, gli “idola tribus” predicati da élites e da “esperti” che da anni prevedono l’opposto di quanto poi accade, perché sono autoreferenziali. Amano darsi ragione e quando i fatti li smentiscono ne danno colpa alla “democrazia”, che, secondo loro, funziona solo se la “gente” dà loro ragione. Scritto prima che esplodesse il “caso Catalogna” (una mina per l’Europa: ne parleremo), il volume ricorda i tre pronunciamenti più emblematici degli ultimi tempi: l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea approvata da un referendum e la vittoria di Donald Trump su Hillary Clinton, data per trionfatrice persino a urne ormai aperte. Potremmo aggiungere la clamorosa sconfitta di Matteo Renzi al referendum del 4 dicembre 2016: un “no” secco a lambiccate riforme della Costituzione e, di riflesso, a una legge elettorale dagli esiti incontrollabili. Nessuna delle catastrofiche profezie ventilate dagli oppositori della Brexit si è effettivamente verificata. Però, al tempo stesso, osservano Capezzone e Punzi, si è verificata una sorta di paralisi nella capacità di prendere atto dello scenario nuovo. L’Europa rischia di essere sempre meno “occidentale”, più lontana dalla Gran Bretagna e dagli USA, che da decenni hanno trasferito le loro “batterie” dalla costa orientale a quella sul Pacifico, fronte Asia, e oggi fanno leva sul Giappone e sulla stessa Cina molto più che su un’Europa egemonizzata dalla Germania, da mesi in affannosa ricerca di una durevole maggioranza di governo (altra “novità” invano esorcizzata dai commentatori anche nostrani sino alla vigilia del voto).
L’incapacità di analisi e di sintesi si traduce nella ricerca di soluzioni alla crisi europea e nazionale esattamente opposte a quelle necessarie. L’“euroentusiasmo”, stigmatizzato da Roberto Caporale intervistato da Capezzone e Punzi, oggi spinge a chiedere “più Europa” e addirittura un unico ministro europeo delle finanze, cioè la sottomissione totale dei 27 Paesi dell’Unione a un solo “dominus”, succubo di interessi non sorretti da alcun voto popolare. “Più Europa” ha senso solo se si capovolge l’assetto attuale di una Unione inerte: lo strapotere della Commissione rispetto alla gracilità dell’Europarlamento e il recupero di sovranità statuale, imprudentemente ceduta senza contropartite, nella cieca (o complice?) illusione che gli altri Stati fossero e siano ispirati da “buoni sentimenti” anziché dalla grintosa difesa degli interessi generali permanenti dei loro cittadini (come fa la Francia contro l’Italia).
Giustamente Capezzone ammonisce dunque che, sic stantibus rebus, occorre rinegoziare tutto. “Federalismo – egli osserva in sintesi – vuol dire coesistenza di diversità, non imposizione di una omogeneità forzata. Bruxelles è un esperimento fallito: né buon federalismo, né un’identità comune riconoscibile”. A cospetto di un sistema “non democratico, non efficiente, non trasparente, costoso, capace essenzialmente di genere sfiducia”, occorre respingere ogni ulteriore cessione di sovranità, restituire ai parlamenti nazionali il potere di correggere i diktat delle autorità europee, per recuperare credibilità dinnanzi ai cittadini.
In questo quadro si riaffaccia la complessità del rapporto tra nazione e Stato. La nazione è il frutto di processi storici secolari (millenari nel caso dell’Italia, contraddistinta e, se si vuole, condizionata dalla geografia). Il riconoscimento di diritti a sopravvenienti non comporta automaticamente l’inclusione nella nazione: sarebbe non solo ingenuo ma profondamente falso asserirlo, in presenza del loro rifiuto di condivisione dei requisiti minimi della sua identità. Il conferimento della cittadinanza non è paragonabile alla richiesta del rispetto di regole della circolazione stradale, della “scorza” formale della quotidianità, della coabitazione in uno spazio geografico. Essa comporta la certificazione della volontà di coesistenza. Diversamente non fa che aggiungere materia esplosiva ai danni di una unità nazionale già troppe volte messa in discussione da frange chiassose invocanti “secessioni”, restaurazione di stati preunitari e altre facezie troppo a lungo considerate bazzecole mentre erano e sono tarli corrosivi.
Nell’Italia odierna il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è il tessitore dell’unità nazione-Stato: una tela robusta se ci lavorano i patrioti veri, che antepongono lo Stato degli italiani a lotte di fazioni e a concessioni opportunistiche di diritti anche a chi non li chiede.
Lo “jus soli” non è materia di decisioni affrettate da parte di un Parlamento al crepuscolo. Meglio riparlarne in una visione euro-atlantica, di civiltà.
Aldo A. Mola

Lascia un commento