
Quaranta anni dopo l’ultima rappresentazione, Le Maschere torna, il 10 e 11 febbraio, sul palcoscenico del teatro Goldoni di Livorno.
«A poco più di un anno di distanza, – ci dice il direttore generale del teatro Mario Menicagli in qualità di direttore dell’orchestra del teatro Goldoni – torno a dirigere Mascagni nel teatro della mia città. Dirigere Mascagni è sempre una sfida ed una scoperta nuova: Le Maschere tornano a quaranta anni esatti dall’ultima edizione al Teatro Goldoni che mi vide quasi debuttante tra i primi violini. Mascagni non finisce mai di sorprendere. La sua indiscussa capacità nell’essere innovativo, – ha aggiunto – la si evince anche da questa creazione, con caratteristiche assolutamente uniche rispetto alla sua intera produzione, arricchita da perle di assoluta e sorprendente novità, come la dirompente sinfonia o la parabasi che introduce la vicenda».
L’allestimento che la Fondazione Goldoni propone vede la regia, le scene e i costumi affidati a Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi, registi palermitani con una solida esperienza in campo teatrale nella prosa come nella lirica.
«Visitando gli hangar dei carristi mentre lavoravano alla preparazione dei carri ed abbiamo immaginato il palcoscenico come l’hangar in cui nascerà il Carro di Tespi con cui gli attori della Commedia dell’Arte andavano a giro per portare le storie delle Maschere italiane. Cercheremo di restituire nello spettacolo una dimensione narrativa che si avvicini molto alla Commedia dell’Arte e faccia percepire il rapporto tra uomo e maschere, ciò che è evidente e ciò che può sembrare nascosto: “ogni uomo mente ma dagli una maschera e sarà sincero” è una massima di Oscar Wilde; da questa siamo partiti per cercare l’anima di questa opera».
Personaggi ed interpreti: Pantalone de’ Bisognosi, ricco proprietario Vladimir Alexandrovich, Rosaura, sua figlia Silvia Pantani / Valentina Corò, Florindo, giovane laureato, amante corrisposto di Rosaura Matteo Falcier, Dottor Graziano, uomo di legge Giacomo Medici, Colombina, sua domestica, confidente di Rosaura, promessa sposa di Brighella, Rachele Barchi / Irene Bonvicini, Brighella, venditore ambulante, confidente di Florindo Marco Miglietta, Il Capitan Spavento, Balandrano di casa Balandrana Min Kim, Arlecchino Battocchio, suo servitore Didier Pieri, Tartaglia, domestico in casa di Pantalone Massimo Cavalletti.
Per parlare meglio dell’opera, dell’allestimento e del Compositore, abbiamo contattato uno dei maggiori esperti di Mascagni, Fulvio Venturi, tra l’altro autore di una preziosa pubblicazione “MASCAGNI E LIVORNO – Un caso internazionale” edita da dreamBOOK edizioni perché ci accompagnasse dentro e fuori questa composizione.
– Torna sul palcoscenico del teatro Goldoni di Livorno dopo 40 anni, il 10 e 11 febbraio, Le Maschere: in che periodo della vita del compositore si contestualizza e quale ne è la genesi?
Le Maschere andarono in scena nel gennaio 1901, quando Mascagni aveva appena compiuto 37 anni. Cronologicamente si tratta della ottava opera mascagnana e segue di stretta misura Iris. L’idea primigenia, sviluppata insieme con Luigi Illica, il librettista, fu quella di far rivivere il mondo della Commedia dell’Arte, dunque in quest’opera non agiscono dei personaggi, ma degli stereotipi, le maschere, appunto. Qualcosa che nel corso del Novecento è accaduta con Richard Strauss, Carl Nielsen e, in Italia, con Ermanno Wolf Ferrari, Alfredo Casella e l’altro livornese Salvatore Orlando. La vera genialità delle Maschere è quella della trasformazione per mano di un impresario-regista nel momento di dover mettere in scena uno spettacolo, degli attori in maschera, come se i personaggi fossero alla ricerca di sé stessi, e come avverrà più tardi con Pirandello e Rosso di San Secondo, oppure in pittura con Gian Emilio Malerba o Cagnaccio di San Pietro.
– Cos’ha di particolare quest’opera rispetto alla produzione mascagnana?
La strumentazione che guarda ai modelli settecenteschi, la riproposta di danze come la Pavana e la Furlana, la costruzione, ormai desueta, a numeri chiusi, dove spiccano grandi concertati, terzetti, quartetti. D’altra parte Mascagni apprezzava oltre ogni dire Rossini, al punto da riproporre il monumentale Mosè ad una data sorprendente, il 1915, e Mozart, del quale diresse una memorabile edizione di Don Giovanni in occasione dell’incoronazione di Alfonso XIII, re di Spagna, a Madrid, nel 1902.
– Musicalmente, cosa merita sottolineare?
La parte di Tartaglia, interamente costruita su sillabati da eseguire perfettamente a tempo, la splendida sinfonia, la “serenata” e la “pavana” dell’amoroso Florindo, i due passi concertati che chiudono primo e secondo atto, il bellissimo quartetto “Signor grande, illustrissimo”, l’aria della lettera di Rosaura, il duetto degli innamorati e la dirompente entrata del Capitano.
– Lei ha avuto modo di seguire la produzione del teatro Goldoni: senza “spoilerare” cosa ci può dire della regia e della scenografia?
In teatro non si anticipano gli esiti, ma sento di poter dire che la regia del duo formato da Ugo Giacomazzi e Luigi Di Gangi è ricchissima di colpi di teatro. La parabasi che lascerà stupiti gli spettatori. La scenografia è molto elegante, in simbiosi con lo spirito settecentesco dell’opera, e in omaggio a Lindsay Kemp, i costumi sono quelli da lui disegnati per la precedente produzione del 2001.
– Quali voci “servono” per un’opera come Le Maschere?
Voci agili e leggere, raffinate ed aeree. Tre tenori, tre baritoni, un basso e due soprani. Tutti i personaggi sono contrassegnati da momenti di grande evidenza, con brani di ampia difficoltà tecnica e vocale ai limiti del virtuoso.
– Sappiamo che l’opera è stata realizzata anche in collaborazione con la Fondazione Carnevale di Viareggio. Quali i termini della collaborazione: solo finanziari o c’è stata la presenza dei maestri dei carri per la realizzazione?
Alcuni elementi scenici giungono direttamente dalla Cittadella del Carnevale, con fascinosi adattamenti.
– Mascagni e Livorno, e cito il titolo di un suo saggio pubblicato con la casa editrice dreamBOOK: un rapporto positivo o conflittuale ai tempi del compositore? Ed oggi?
Oggi c’è molto amore e rispetto per l’opera di Mascagni, a Livorno. Per la produzione di queste Maschere, come del Piccolo Marat andato in scena lo scorso anno, si sono moltiplicate le forze. E bisogna anche dire che storicamente la vita musicale livornese è costellata di buone produzioni mascagnane.
– La nascita del Festival Mascagni fa pensare che, finalmente, Livorno intenda dedicarsi in modo più concreto al suo concittadino: cosa ritiene sia ancora necessario perché la città possa diventare una “piccola Salisburgo”?
Forse una grande operazione di marketing e magari una produzione discografica, con apparati e contributi a tutto tondo, vòlti ad un reale inquadramento della figura di Pietro Mascagni nella cultura europea di fine Ottocento e inizio Novecento. Mettere in rapporto la musica mascagnana con la letteratura, la pittura, il teatro del suo tempo. Ne trarrebbe giovamento l’immagine stessa di Livorno.
– Se dovesse coniare uno slogan per invitare le persone (non quelle appassionate di lirica) a vedere Le Maschere, cosa direbbe loro?
Le Maschere, ben oltre Cavalleria.
Stefano Mecenate










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