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L’ITALIA BIFRONTE O DELL’INFLUENZA DELLA POLITICA INTERNA SU QUELLA ESTERA

Ahi ahi… Oggi mi devo spingere fuori dalla mia “comfort zone” e avvicinarmi pericolosamente alla giungla della politica interna, dalla quale qualsiasi militare consapevole del proprio ruolo dovrebbe tenersi lontano (a meno che da cittadino nell’urna). Però mi tocca provarci, perché occorre mettere in chiaro alcune cose importanti. Lo spunto me lo offre la visita di Viktor Orban a Roma. Ora, penso sia ovvio a tutti che il personaggio non goda della mia approvazione, in quanto è un capo di Governo EU che “rema contro” quel NOI in cui io identifico la “nostra” parte e che coagula intorno all’Unione il resto di quell’”Occidente” imperfetto quanto si vuole, ma tendenzialmente liberal-democratico e che si oppone alle autocrazie autoritarie e revisioniste; quelle attualmente all’offensiva nel mondo per destabilizzare l’ordine basato sul Diritto Internazionale.

di Orio Giorgio Stirpe | 30 Ottobre 2025

Ahi ahi… Oggi mi devo spingere fuori dalla mia “comfort zone” e avvicinarmi pericolosamente alla giungla della politica interna, dalla quale qualsiasi militare consapevole del proprio ruolo dovrebbe tenersi lontano (a meno che da cittadino nell’urna). Però mi tocca provarci, perché occorre mettere in chiaro alcune cose importanti.

Lo spunto me lo offre la visita di Viktor Orban a Roma. Ora, penso sia ovvio a tutti che il personaggio non goda della mia approvazione, in quanto è un capo di Governo EU che “rema contro” quel NOI in cui io identifico la “nostra” parte e che coagula intorno all’Unione il resto di quell’”Occidente” imperfetto quanto si vuole, ma tendenzialmente liberal-democratico e che si oppone alle autocrazie autoritarie e revisioniste; quelle attualmente all’offensiva nel mondo per destabilizzare l’ordine basato sul Diritto Internazionale.

Bene: la vicinanza ideologica fra questo personaggio (democraticamente eletto più volte nel suo Paese ma attualmente in crisi di consensi in vista delle elezioni generali di Aprile ’26), l’attuale POTUS (legittimamente al potere ma impegnato come Orban a smantellare i capisaldi dello Stato di Diritto) e la nostra Presidente del Consiglio (legittimamente tale e a differenza degli altri due in possesso di una salda maggioranza parlamentare e di uno stabile consenso) è sotto gli occhi di tutti.
Eppure, la differenza nella politica estera di questi tre capi di Governo – teoricamente parte della stessa Alleanza politico-militare – non potrebbe essere più stridente. Orban è dichiaratamente pro-Russia, Meloni è pro-Ucraina e Trump ondeggia quotidianamente fra una sponda e l’altra. Questo, mentre il resto di NOI è fermamente in campo al fianco dell’Ucraina (sebbene l’efficacia di questa posizione sia oggetto di discussione continua).
La spiegazione di questa contraddizione apparente si trova proprio nell’ideologia di fondo comune a queste tre personalità politiche: quello che viene comunemente definito “sovranismo”, e che in sostanza corrisponde al concetto secondo cui l’interesse nazionale va posto al primo posto fra le priorità politiche. Il punto, semplicemente, è che questo interesse non coincide fra Nazioni diverse.
Andando più a fondo, occorre anche precisare che non sempre il capo di Governo sa individuare in maniera corretta l’interesse reale del proprio Paese; e questo sta poi agli elettori giudicarlo… Sempre ovviamente che tale Paese rimanga nell’ambito degli Stati di Diritto con elezioni libere.

A torto o a ragione, Orban, Trump e Meloni hanno determinato quello che ritengono essere l’interesse nazionale del proprio Paese, e lo perseguono più o meno coerentemente. Se Trump individua tale interesse in una sorta di isolazionismo imperiale da oltreoceano, Meloni e Orban pur partendo da un ragionamento comune pervengono a conclusioni opposte fra loro: laddove la prima chiaramente individua nella permanenza all’interno del NOI l’interesse italiano, il secondo ritiene che quello stesso NOI sia soffocante e mortificante almeno a breve termine (soprattutto a causa della debolezza commerciale del proprio Paese privo di sbocchi al mare, caratteristica comune con Cechia, Slovacchia e Serbia, che guarda caso hanno visioni simili alla sua verso il conflitto). Non tocca a me ma ai rispettivi elettorati stabilire se abbiano ragione o torto, ma le analisi sulle intenzioni di voto nei due Paesi offrono un’indicazione in merito, almeno a tutt’oggi. Da questa fondamentale differenza emerge l’esito del discusso recente Vertice di Roma, dove a fronte di un’apparente reciproca sintonia ideologica è emersa una totale divergenza nella politica estera.
Da un punto di vista sovranista, Meloni segue una linea indigesta per una ragione onorevole; mentre da un punto di vista europeista, persegue la politica giusta per il motivo sbagliato. Il risultato è che a dispetto di tutto, e al contrario di Orban, mantiene uno stabile consenso.

Il fatto che perfino da un punto di vista ideologicamente sovranista l’interesse nazionale vada perseguito nell’ambito del NOI dovrebbe far riflettere: alla fine della fiera, la politica estera conservatrice di Meloni, che a Strasburgo guida l’ECR, coincide quasi perfettamente con quella laburista di Frederiksen, campionessa socialista in campo europeo (politica di immigrazione compresa), e le due sembrano anche avere un ottimo rapporto personale.
La ragione di questa convergenza apparentemente innaturale è il puro buon senso: in termini di politica estera, vista come vettore per le relazioni economiche e di sicurezza a livello globale, tanto l’Italia che la Danimarca hanno un peso specifico prossimo allo zero su scala planetaria, mentre in quanto membri di rilievo all’interno del NOI assumono una posizione significativa; e questa considerazione sembra apparire chiara in entrambi i Paesi sia al principale partito di maggioranza che a quello di opposizione. L’EU, soprattutto se in sintonia con il resto del NOI e anche al netto dei dissidenti sulla linea di Orban, ha un peso rilevante su scala mondiale, tale perfino da condizionare come si è appena visto la posizione degli Stati Uniti di Trump.
Insomma: indipendentemente dalla sua ideologia, Meloni sa benissimo che se parla a Trump o a Modi dall’interno della EU, la sua voce ha un peso; ma se parla da un’Italia isolata non la ascolta nessuno… O al massimo la ascolta Temù per cercare di colonizzarla.

*

Una ulteriore considerazione, che ritengo utile per meglio inquadrare l’attuale posizione di politica estera dell’Italia.
Gran Bretagna, Francia e Germania, le altre tre principali Nazioni europee (o del NOI), hanno una situazione politica interna in comune: Governi saldamente pro-Ucraina, con grossi problemi di consenso nei confronti di forti opposizioni pro-Russia. Se allarghiamo lo sguardo alle altre due Nazioni immediatamente prossime alla nostra in termini di peso economico e demografico, Spagna e Polonia, troviamo di nuovo Governi pro-Ucraina in difficoltà di fronte alle rispettive opposizioni, che però risultano a loro volta ostili alla Russia. Discorso simile per Olanda e Svezia. In Italia abbiamo una situazione radicalmente diversa: abbiamo un Governo e un’opposizione entrambe pro-Ucraina, ma alle prese con minoranze interne significativamente pro-Russia. In pratica, sia maggioranza che opposizione sono limitate nelle rispettive politiche estere dall’opposizione interna dei rispettivi schieramenti, e questo condiziona pesantemente la loro azione. Questo condizionamento appare particolarmente evidente in campo mediatico, dove la narrazione si presenta spesso contraddittoria o quantomeno poco coerente e incisiva.
In un Paese con una democrazia matura e consapevole e una politica estera consolidata, il problema non si porrebbe: le leadership del Governo nazionale e di quello “ombra” si accorderebbero per un patto di desistenza in nome dell’interesse nazionale e sosterrebbero una politica estera comune, come per esempio avviene da sempre a Londra. Salvo naturalmente sbranarsi poi in Parlamento sulla politica interna, come è giusto che sia a causa delle differenze ideologiche.

Purtroppo, l’Italia non è (non ancora?) un paese così. L’Italia è ancora il Paese dei Guelfi e dei Ghibellini, che per battere coloro che considerano nemici piuttosto che avversari, usano ogni opportunità dialettica anche in spregio all’interesse nazionale: la politica estera, lungi dall’essere condivisa, diventa uno strumento di lotta nella politica interna, dove il fine ultimo non è tanto lo stesso interesse nazionale, quanto il 2% in più alla prossima consultazione elettorale. Per questa ragione le leadership politiche nazionali preferiscono parlare alle rispettive basi elettorali piuttosto che alla Nazione nel suo complesso.
Ma già: parlare alla Nazione è roba da statisti, non da politicanti.

Naturalmente io sono solo un povero soldato in congedo che di politica non capisce molto e che con la politica interna non vuole avere niente a che fare se non nel privato dell’urna; eppure, io sogno di vedere un giorno Meloni convocare ufficialmente Schlein a Palazzo Chigi per concordare una politica estera rivolta all’interesse nazionale e non a quello di parte.
Ma già: i soldati in congedo sono inguaribili romantici…

Orio Giorgio Stirpe

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: europa, governo italiano, Orban, orban a roma, politica interna

Info Orio Giorgio Stirpe

Orio Giorgio Stirpe nasce a Torino nel 1962. Ufficiale dell’Esercito Italiano, oltre che presso diversi reparti di fanteria e comandi nazionali e NATO, ha prestato servizio in Somalia, Bosnia, Albania, Kosovo e Afghanistan. Specializzato in intelligence operativa e in analisi militare, è passato in Riserva nel 2020. Studia la storia militare, sviluppa scenari per la simulazione operativa e scrive narrativa storica e saggi professionali. È autore di una collana di romanzi storici intitolata “Dopo Roma”.

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