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L’irriverente in bike sharing. Ora sì che mi sento sicuro e a casa mia….

di Vincenzo Donvito | 11 Novembre 2019

Da Mobike a Mobi, dalla Cina all’Italia: le bici arancioni cinesi del bike sharing cambiano nome, sono state acquistate dall’azienda italiana Idri BK. L’obiettivo del cambio del nome del marchio è “sottolineare la natura europea della nuova azienda che sarà molto più flessibile e vicina ai bisogni degli utenti occidentali” (1). A Milano il quartier generale di questa azienda che aspira ad estendersi in tutto il mondo anche con la mobilità elettrica.
Notizia che per l’utente medio del bike sharing, attuale e futuro, sarebbe stata letta in modo distratto. Ma ha catturato l’attenzione dell’utente irriverente che ha usato ogni tanto queste bici a Firenze, terra di dissesto diffuso del manto stradale e di piste ciclabili buone per chi va a farsi una passeggiata in periferia, non certo per la mobilità urbana. Ogni tanto, ché dopo un po’ ci ha rinunciato pena rompersi la schiena, visto che queste bici hanno le gomme piene e nessun’altra forma di ammortizzatore, oltre a dover pedalare come se si avesse sempre il rapporto 1 del cambio.
Motivo dell’attenzione irriverente é l’ “obiettivo” di queste bici ri-marchiate. Letto e riletto, non c’è verso, hanno proprio scritto che loro, in quanto italiani ed europei, a differenza dei cinesi, saranno più flessibili e vicini ai bisogni degli utenti occidentali.
Chissà che vorrà dire. Proviamo un po’ a fare delle ipotesi.
Flessibili. Non sappiamo, aspettiamo di vedere se si tratta di una flessibilità tecnica (tipo che la bici si smonta e te la porti in tasca, o pigi un bottone e diventa un velocissimo mezzo elettrico…), commerciale (linee di credito maggiori del classico “con la carta di credito mi levano i soldi il mese prossimo”…).
Più vicina ai bisogni degli utenti occidentali. Ah finalmente, ché prima erano modellate ai bisogni orientali che, si sa, quelli con gli occhi a mandorla hanno schiene e culi d’acciaio, mentre noi occidentali siamo più delicatini. Oppure qualcosa tipo una piattaforma sul manubrio per posarci la pizza che si sta mangiando mentre si pedala, mentre prima, essendo secondo Movi bici che erano più vicine ai bisogni degli utenti orientali, che si sa al massimo mangiano un pugno di riso, non ce n’era bisogno. Oppure c’erano accordi segreti tra i Sindaci che le avevano autorizzate sul loro territorio, e questi accordi prevedevano di glissare su alcune norme di sicurezza ché altrimenti i cinesi se ne restavano oltre la Muraglia, ed ora, made in Italy, cattivi cinesi a casa, la sicurezza normata sarà rispettata a puntino?
Boh. Siamo irriverentemente curiosi di vedere, come utenti, cosa si ingegneranno i nuovi padroni che dovrebbe essere più funzionale a noi occidentali che non a cinesi che fanno business in occidente.
L’irriverente è un giocherellone. Si sa. Ma non è scemo. Cosa non si fa per vendere in un presunto clima di sovranismo occidentale: “ora ci siamo noi e mettiamo a posto tutto, facciamo le nostre cose coi nostri metodi e coi nostri materiali” …. ops, ma anche le viti sono “made in China” come si fa… Beh, volendo si potrebbe fare tutto rigidamente “made in Italy”… e che nessuno rompa i coglioni se poi noleggiare ‘ste bici vi costerà dieci volte di più… vuoi mettere il profumo dei nostri formaggi e prosciutti con quello del riso e della soia…
Domanda irriverente: quando si scrive si è consapevoli di cosa si sta dicendo?

1 – IlSole24Ore del 08/11/2019

Vincenzo Donvito, presidente Aduc

Pubblicato in : Tutela e diritti - A cura di ADUCTag: aduc, azienda, cina, firenze, futuro, milano, mondo, natura, notizia, soldi

Info Vincenzo Donvito

Vincenzo Donvito, giornalista classe 1953, è fondatore ed animatore di Aduc (Associazione per i diritti degli utenti e consumatori), della quale è Presidente.

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