Di fronte ad uno gentile mi faccio innocua e mansueta. Quando mi ha fatto la proposta (quella d’investimento) ho cercato (buona-buona) solo di capire. Lui ha detto che era un’obbligazione sostenibile, “etica”. Era contento d’avermi finalmente chiappato dopo mesi di (miei) vili rinvii. Voleva anche presentarsi, ma sapevo (già) chi fosse: tre anni fa lo ascoltai in un convegno a Londra, prima che la sua banca fosse ristrutturata e lui declassato al rango di direttore di filiale (fine che fanno i cavalli di razza colpevoli d’essere dalla parte sbagliata di un’acquisizione).
Decisamente belloccio. Quaranta ben portati. Due figli in età da scuola primaria e separazione in corso. Sarebbe stato perfetto per un aperitivo, ma forse non ero il suo tipo. Oppure s’intuiva che sono ormai troppo quasi-fidanzata (tradita da ballerine e T-shirt). Oppure, è uno dei tanti che da seguito al codice comportamentale della banca: mai con una cliente (almeno al primo incontro).
Comunque, nonostante fossi stata davvero gentile, buona e mansueta, non mi ha saputo rispondere. Mi sono permessa di specificare che se quella era un’obbligazione sostenibile (un Green Bond) vuol dire solo e soltanto che il ricavato sarà destinato a qualcosa di “green”. Tutto molto semplice. Per cui la domanda era: che diavolo s’impegnava a fare sta azienda? E quale agenzia di rating di sostenibilità aveva valutato il Bond?
Il mio adorabile direttore si è messo a spippolare sul pc. Mi sono sistemata accanto a lui a guardare lo schermo (lui sempre molto sulle sue) ed abbiamo trovato chi “asseverava” la “greenitudine” di questo titolo, ma non era una pura agenzia di rating (tipo Standard & Poor’s o Standard Ethics), ma una grande società che oltre a dare giudizi faceva d’ogni: da vendere indici a vedere consulenza ai fondi d’investimento, e aveva tra i propri clienti anche le banche che collocavano il titolo. Come dire: il concessionario fa fare una perizia “indipendente” (sull’auto usata che ha in vendita) al proprio avvocato (yessss!). Siccome il direttore è uno sveglio, e siccome ha a che fare con una moglie in via di separazione, non voleva altri problemi con le donne: ha capito che quel Green Bond poteva tenerselo. Ha tentato anche con le azioni di una grande società che si diceva sostenibile. Quando gli ho chiesto quale fosse il loro rating di sostenibilità e quale l’agenzia ad emetterlo. Ha capito che buttava male: non accettavo auto-patenti (e pubblicità) di eticità date dalle stesse aziende (o dai loro banchieri e consulenti – come me). Il mio vecchio capo era un assertore delle agenzie di rating: “non sempre ci azzeccano ma ci mettono la faccia”. Non è consigliabile lasciare (senza riscontri) che sia solo l’azienda ad auto-definirsi solvibile (se emette debito) o autodefinirsi “sostenibile” se volesse catturare l’interesse degli investitori responsabili.
Questo non è consentito in affari, ma solo in amore! Infatti, se allo scopo di trovare marito a tutti i costi mi mettessi sul mercato e dovessi rendere nota un’autovalutazione: giurerei d’essere una donna fedele ad ogni costo, d’aver preso aperitivi con non più d’un paio d’uomini e che la lingerie nel mio armadio è quella dimenticata da un’amica e che la userei solo (e soltanto) con lui. Potrei anche ridere alle sue barzellette e perfino lusingarlo per la sua macchinona sportiva (!).
Più sostenibile di così…
Florenza Carsi

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