Non credevo ai miei occhi. Scaffali vuoti, cassette e ripiani di frutta e verdura razziati come dopo la conquista di una città nelle guerre, qualche foglia residua e guanti di carta trasparente lasciati qua e là. Non clienti normali, ma gruppi affannati di famiglie e coppie colpiti dal virus dell’approvvigionamento quasi selvaggio. Inutile panico, anzi pure dannoso. Signore e signori, calma e sangue freddo.
Come dice un mio amico psicologo: “Stiamo calmi”. Un signore con gli occhi sbarrati trascinava un carrello con almeno quindici confezioni di acqua minerale e ne spingeva un altro pieno ricolmo, trasbordante, di confezioni di farina, zucchero, biscotti e marmellate. Prodotti che la dicono lunga.
Intere famiglie messe alla prova a presidiare i banchi e gli scaffali dei generi che potevano andare esauriti nel giro di qualche minuto: “Nicola mettiti lì alla frutta, papà tu stai al pane che adesso escono le baguette”. La signora sui 30 anni dirigeva il traffico familiare tra le corsie del supermercato per presidiare i punti sensibili dei prodotti da acquistare. “No Giorgio!, urla a un uomo che aveva tutta l’aria di essere il marito, non stare ai vini, vai alla carne, che prendi le fettine”.
Un clima da ultimo giorno, a da ultima ora. Incredibile, inutile panico. Gente che spunta da ogni lato, da ogni angolo, da dietro le cataste dei cartoni con le offerte, una barriera di donne, uomini, ragazze e bambini tra le conserve e la pasta, il nonno che si prende in braccio insieme i succhi e il nipotino, un signore che tenta di infilarsi alle casse automatiche, massimo 15 pezzi, con due carrelli da 40 pezzi l’uno, corsie in cui si dovevano fare i sensi unici altrimenti non passavi. E il tutto in una città fuori dalle zone rosse e rosa, fuori dalle zone gialle e gialline, una città che aveva sentito per tutto il giorno il bombardamento informativo sul virus e aveva pensato bene di fare l’unica cosa che non si dovrebbe fare in quelle occasioni: concentrarsi in una bottega e fare scorte nelle stesse ore sulle stesse cose.
E’ lo stesso supermercato in cui vado di corsa anche a prendere tre cose per una cena veloce, visto che è sotto casa a Bologna, e che di solito alla domenica sotto sera ospita quattro gatti di clienti e tre addette alla cassa e ai servizi. Quella sera il mondo in panico si era trasferito lì tra una piadina e una cotoletta, tra un merluzzo surgelato e i pacchetti di caffè.
La cassiera mi guarda e mi dice che neanche ai tempi del terremoto e della neve aveva visto una ressa così nervosa, così impaurita dal rischio chiusura, dalla fame che può arrivare. Paure inutili. Stiamo calmi.
Dallo sguardo capisco che vorrebbe chiedermi come mai siamo arrivati a questo stato di smarrimento e di irrazionalità approvvigionatoria in poche ore. Non serve pronunciare parole, basta un altro sguardo di muta condivisione emotiva.
E’ strano: mentre alcuni scaffali e vari ripiani erano presi d’assalto, la gastronomia e il banco pesce fresco erano praticamente deserti. La ressa nervosa ha i suoi gusti e le sue scelte. Ovviamente si privilegiano i prodotti a lunga conservazione, le confezioni a lunga durata, le materie quasi prime con cui lavorare a casa e tirare avanti. Le emergenze producono strani effetti sul comportamento umano. Ho poi visto che in altre zone d’Italia, con maggiori ragioni di quelle della città in cui vivo, si erano fatte code già all’esterno con i carrelli e contingentavano gli ingressi da gruppi di quaranta cinquanta. La paura di non trovare il pane, l’ansia di rimanere senza acqua e di non aver niente da cucinare sono brutte bruttissime compagne di viaggio in una mente che non trova più agganci razionali e si fa trasportare dall’onda della folla, che fa ressa.
Quando esco dal supermercato mi sembra di respirare un’aria da giorno dopo con il rumore di fondo dei bip bip che si rincorrono in tutte le casse. Bip, bip, bip che diventa un suono continuo, un campanello di allarme per le nostre paure di vivere.
Fabrizio Binacchi

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