Dopo la decisione dell’Spd di costituire l’Alleanza dei progressisti.

In attesa di avere più precise informazioni sull’Alleanza in costruzione, può essere utile ripercorrere il cammino dell’Internazionale.
Fu il 28 settembre del 1864 che rappresentanti dei lavoratori francesi e inglesi diedero vita alla Associazione Internazionale Operaia. I tempi s’erano fatti maturi.
Lo sviluppo delle attività industriali verificatosi negli ultimi tempi con ritmo inarrestabile nei paesi dell’Occidente aveva reso evidenti seri problemi relativi alla vita dei lavoratori nelle fabbriche e alla particolarità dei loro rapporti con il padronato, e faceva avvertire la necessità di una organizzazione capace di coordinare la lotta per difendere i diritti del lavoro.
A superamento di organizzazioni alquanto utopistiche sorte nei decenni precedenti, occorreva una organizzazione che avesse mordente, senso dei tempi nuovi e vocazione più universalistica. Nacque così l’Internazionale.
Sotto l’influsso di Marx i promotori affermarono allora che era compito dei lavoratori lottare uniti contro ogni predominio di classe e per la propria emancipazione economica e politica, sicché le organizzazioni sindacali e politiche della classe operaia divennero gli strumenti per farla avanzare e opporsi in ogni Paese ai detentori del capitale.
Negli anni successivi l’Internazionale si definì più compiutamente sotto l’aspetto ideologico e organizzativo attraverso congressi e dibattiti nei quali precisò gli obiettivi della lotta: giornata lavorativa di otto ore, emancipazione sociale e politica, sciopero in difesa del lavoro e contro la guerra, abolizione della proprietà privata, inconciliabilità con l’anarchismo, ecc.
Nel 1876 l’Internazionale si sciolse, facendo luogo nei vari Paesi alla costituzione e crescita dei partiti operai e socialdemocratici.
Il 14 luglio del 1889, in un contesto ancor più avanzato sotto l’aspetto economico e politico e della maturità operaia nacque a Parigi la 2^ Internazionale, promossa questa volta da numerosi partiti della classe operaia, e si precisarono ulteriormente le rivendicazioni su cui attestarsi, in particolare la legislazione sociale e la giornata internazionale di lotta (1° maggio).
Nei successivi anni, mentre l’organizzazione diveniva rappresentativa dell’intera massa dei lavoratori, vivaci congressi evidenziarono differenziazioni di carattere nazionale, e il riformismo si caratterizzò nei confronti delle frazioni radicalmente avverse alla società borghese esaltando il valore della lotta nei parlamenti e negli enti locali.
Quando nel 1914 scoppiò la Grande Guerra, i partiti dell’Internazionale si rivelarono incapaci di far corrispondere la teoria alla pratica. Non tennero una posizione univoca assolutamente contraria all’azione militare, e con l’eccezione del PSI che non sabotò né aderì, supportarono i governi dei rispettivi Paesi impegnati nello sforzo bellico. Rimasero minoritarie le correnti estremiste che propugnavano la trasformazione della guerra nazionale in guerra civile per abbattere il potere borghese.
Fortemente scossa nella sua struttura e nella sua immagine, fu allora inevitabile che l’Internazionale entrasse in crisi.
Nel marzo del ’19 a Mosca le frazioni estremiste promossero la 3^ Internazionale, che, egemonizzata dai bolscevichi, sostenne nei successivi anni la politica lenin-stalinista fino a lanciare la teoria del “socialfascismo” contro i riformisti, mentre l’Internazionale socialdemocratica confermava la propria fedeltà alla democrazia.
Solo dalla metà degli anni 30 i comunisti ricercarono la collaborazione dei socialisti e socialdemocratici per opporre un “fronte unico” al fascismo.
Rimase isolata la IV Internazionale, costituita nel ’38 dai troskisti in opposizione ai bolscevichi e ai socialdemocratici. Per facilitare la partecipazione dei partiti comunisti alla vita dei singoli Paesi, nel 1943 la 3^ Internazionale si sciolse.
Terminata la seconda guerra mondiale, ripresero i contatti tra i partiti socialdemocratici, che nel ’46 a Londra diedero vita al Comisco (Committee International Socialist Conference) e nel ’51 a Francoforte ricostituirono l’Internazionale socialista, facendo dell’Eurosocialismo uno dei principali motivi di impegno.
Nei successivi anni, però, pur rappresentando circa 150 formazioni politiche, l’organizzazione non s’è mostrata sufficientemente viva. In un mondo in rapida trasformazione, con frequenti conflitti e grandi problemi economici e politici via via emergenti, la sua voce è apparsa alquanto flebile e scarsamente incisiva.
Oggi apprendiamo che 50 partiti progressisti, democratici, socialdemocratici, tra cui la SPD, vogliono costituire, forse in parallelo all’Internazionale, una Alleanza dei progressisti.
L’iniziativa ha riempito di gioia chi da tempo ritiene ormai superato o insufficiente il socialismo e parla di “fuga dalla casa del socialismo globale”.
Essa può significare un inizio di disgregazione o di contrapposizione, e l’Internazionale socialista deve preoccuparsene, discutendo con serenità e senza chiusure conservatrici dei principi che rappresenta, della propria struttura e del proprio avvenire.
Rimanere ancora nell’ambito esclusivo della famiglia socialista secondo la tradizione e la storia o trasformarsi tenendo conto dei problemi e delle esigenze dei tempi nuovi? Sono queste le domande cui è chiamata (siamo chiamati) a rispondere.

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