Silvia Roncucci
Da giorni un incendio devasta le colline di Hollywood. Che sia doloso o meno poco importa: è un colpo di grazia per i pochi abitanti rimasti a Los Angeles. Quelli che non hanno avuto i mezzi per partire e sono già stremati dalla difficoltà di adattarsi alle nuove temperature, salite negli ultimi tre anni di trenta gradi. È troppo tardi per scappare al Nord. Il Canada il mese scorso ha concluso la costruzione del muro con cui intende arginare i flussi migratori. La popolazione canadese nell’ultimo anno è quintuplicata e la situazione è diventata insostenibile per il governo locale. Gran parte della popolazione mondiale, circa tre miliardi e mezzo di esseri umani, nello stesso periodo si è concentrata nelle terre che vanno dal trentesimo parallelo a quello che un tempo era chiamato Mar Glaciale artico, e che ora di glaciale non ha niente se non il nome – memoria di una passata presenza, come una volta succedeva con le chiese, i ponti o campi di battaglia. Ha privilegiato i luoghi più antropizzati, come Canada e Penisola Scandinava. Da stime di massima pare che i sopravvissuti all’ondata mondiale di calore siano formati per tre quinti da coloro che abitavano la zona tra il trentesimo e il quarantacinquesimo parallelo e che sono riusciti a fuggire al Nord per primi, un quinto da fortunati che al Nord già risiedevano, e la metà del restante quinto dai pochi sopravvissuti – prima alla calura, poi alle difficoltà migratorie – tra i popoli un tempo a Sud dell’Equatore.
Io, invece, appartengo all’altra metà dell’ultimo quinto. Qui a Teotihuacan – come è accaduto in altre parti d’Europa e d’Asia – antiche popolazioni scavarono degli ambienti sotterranei dove ripararsi dalle intemperie o proteggersi da attacchi esterni, con una temperatura costante di venti gradi. Starsene qui non è una delizia, ma sempre meglio che fuori. Pare che siamo in trecento milioni, in tutto il mondo, a vivere così. Sotto terra. Come controparte della sopravvivenza, noi abitanti della Città della Luna siamo costretti a non mettere il naso fuori. Uscire significherebbe riportare ustioni dopo poche ore di esposizione al sole e, nell’arco di alcuni giorni, morire di fame e disidratazione. Ogni tanto una vedetta, scelta con un sorteggio, si copre di panni umidi e va a dare un’occhiata al mondo in superficie. Ma di solito al ritorno – se c’è, un ritorno – non ha niente da segnalare. Se non il ritrovamento di qualche carcassa di animale, che porta giù qualora fosse provvista di un po’ di carne, per condividerla sulla nostra magra mensa. Di solito ci nutriamo di insetti, di lombrichi e dell’acqua che ancora scorre, in minuscole quantità, su un fondo argilloso che non permette agli strati di sottostanti di assorbirla. Leggi tutto: http://www.toscanalibri.it/it/scritti/l-incendio_3063.html

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