
Le trattative tra Libano e Israele si muovono dentro una contraddizione evidente: discutere di sicurezza, confini e stabilità quando una parte del territorio libanese resta ancora sotto l’influenza di Hezbollah.
Il problema non è soltanto diplomatico. È strutturale. Uno Stato dovrebbe controllare il proprio territorio, la forza militare e le decisioni strategiche. In Libano questo equilibrio resta incompleto. Da anni convivono due livelli distinti: quello istituzionale e quello armato, spesso più incisivo della politica ufficiale.
Per questo ogni trattativa rischia di nascere già limitata. Israele non si confronta soltanto con un governo confinante, ma con una realtà dove chi decide sul terreno non coincide sempre con le autorità riconosciute. Quando dal sud del Libano partono razzi o operazioni militari, la questione smette di essere diplomatica e diventa immediatamente una questione di sicurezza.
Israele considera Hezbollah una minaccia diretta, non un interlocutore politico. Da qui nasce l’idea che qualsiasi accordo resti incompleto finché l’organizzazione mantiene autonomia militare e presenza armata sul territorio.
Le trattative, quindi, non riguardano solo tregue o delimitazioni territoriali. Riguardano una domanda più profonda: può esistere una stabilità reale quando uno Stato non esercita pienamente il controllo su sé stesso?
Dentro questo quadro pesa anche il ruolo della politica internazionale. Figure come Donald Trump vengono percepite da molti come simbolo di una stagione politica più aggressiva e destabilizzata, fatta di tensioni, polarizzazione e rapporti internazionali meno prevedibili. In una fase già segnata da guerre regionali e instabilità economica, il mondo sembra avere bisogno di leadership capaci di abbassare la pressione e riportare il mondo a quote più normali.
Quindi, non illudiamoci; Il Medio Oriente resta un equilibrio precario dove ogni trattativa vale solo fino a quando chi controlla davvero il terreno decide di rispettarla.
Piero Terracina

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