
Dopo due giorni di bombardamenti, Donald Trump annuncia di aver cancellato i raid programmati contro l’Iran e di essere a un passo dalla firma di un’intesa storica. “Potrebbe succedere presto, magari nel weekend, in Europa, ha detto il presidente, Potrei andare, il vicepresidente JD Vance sarà lì con altre persone… Steve Witkoff, Jared Kushner”. Passano poche ore e Teheran smentisce. Secondo i media iraniani il testo dell’accordo non è ancora stato approvato da Khamenei. Ancora una volta alla guerra di droni e missili che sconvolge il Medio Oriente e la regione del Golfo si sovrappone quella altrettanto insidiosa della propaganda: dall’annuncio di un cessate il fuoco con Teheran, lo scorso 8 aprile, Trump ha continuato sistematicamente ad affermare di essere vicino a un accordo, e lo ha fatto con una cadenza quasi quotidiana tra social, apparizioni pubbliche e interviste. La CNN ha istituito un contatore: almeno trentotto occasioni (al momento in cui scriviamo) in cui ha definito l’accordo “imminente”. Nel frattempo, mentre gli occhi del mondo restano puntati sullo Stretto di Hormuz, Israele combatte un’altra guerra, più silenziosa, ma non meno letale: l’esercito di Tel Aviv continua ad avanzare radendo al suolo decine di villaggi nel Libano meridionale, mentre la Knesset sta per approvare un nuovo ingente stanziamento di fondi per nuovi insediamenti in Cisgiordania. È su questi due fronti che il premier Benjamin Netanyahu si gioca la rielezione, con la guerra al cuore della campagna elettorale.

Libano: Israele è lì per restare?
Il 9 giugno scorso, l’offensiva israeliana sul Libano ha compiuto cento giorni. In poco più di tre mesi le forze israeliane hanno raso al suolo decine di villaggi nel sud del paese. Molteplici tentativi di attuare un cessate il fuoco sono naufragati uno dopo l’altro. Il bilancio è pesante: più di 3mila morti, tra cui almeno 245 bambini, e oltre 11mila feriti. Negli ultimi giorni, secondo l’Agenzia Nazionale di Stampa libanese, l’esercito israeliano ha colpito i distretti di Nabatieh, Tiro e Bint Jbeil. Le forze di Tel Aviv sono penetrate in profondità nel paese occupando circa 2mila chilometri quadrati, l’avanzamento più esteso dall’occupazione israeliana tra il 1982 e il 2000. Il ministro della Difesa Katz ha già annunciato l’occupazione fino al fiume Litani. Il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich si è spinto oltre, invocando l’annessione del Libano meridionale e la dichiarazione del Litani come nuovo confine settentrionale di Israele. A differenza delle precedenti incursioni, questa volta gli analisti ritengono che Israele non abbia intenzione di ritirarsi. “Sono venuti con numeri molto più grandi, carri armati, veicoli blindati e bulldozer. Stanno distruggendo un’area molto più vasta del Libano meridionale – osserva Nicholas Blanford, analista intervistato da Al Jazeera – a differenza di prima, questa volta sembrano intenzionati a restare”.
La Cisgiordania, pezzo per pezzo?
È in Cisgiordania che il progetto di lungo periodo si rivela nella sua portata. Il 5 giugno, nei pressi di Tel Rumeida, a sud di Hebron, soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro un’auto in transito, uccidendo un bambino di sette mesi che era a bordo e ferendo i suoi genitori. Il padre, docente universitario a Betlemme, ha smentito la versione militare: il veicolo percepito come una minaccia. “Ha visto me, ha visto mia moglie e i bambini. Non si può dire che non si sia accorto che eravamo una famiglia”, ha dichiarato al quotidiano israeliano Ha’aretz. La morte del piccolo Sam Fahed Abu Haykal porta a 115 il numero di bambini palestinesi uccisi dalle forze israeliane nel 2026. Sullo sfondo, proprio ieri il gabinetto israeliano ha deferito al Consiglio di sicurezza un piano da un miliardo di shekel (circa 340 milioni di euro) per la costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania. Secondo il gruppo israeliano Peace Now, il governo sta cercando di “creare un fatto compiuto” in vista delle elezioni, che sarebbe difficile da annullare per un futuro governo. “Il 7 ottobre ha dimostrato che l’approccio della destra è fallito – denuncia l’organizzazione – il conflitto non può essere ‘gestito’ e i palestinesi non possono essere ‘sconfitti’. Israele deve raggiungere una soluzione politica e un accordo diplomatico, ma il governo, invece, ci sta solo trascinando più a fondo nel fango e condannandoci a molti altri anni di sanguinoso conflitto”.
Una strategia elettorale?
Dietro la logica militare c’è una strategia politica spregiudicata. Le elezioni israeliane, le prime dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dall’inizio delle guerre a Gaza, in Libano e in Iran, sono una competizione aperta, verso la quale il premier si avvia in seria difficoltà. Un sondaggio pubblicato dall’Israel Democracy Institute rivela che il 61% dell’opinione pubblica ritiene che Netanyahu non dovrebbe candidarsi e i suoi rivali hanno fiutato la debolezza. “Elettoralmente non ha nulla su cui fare campagna” osserva Alon Pinkas, ex ambasciatore israeliano. “Ha fallito il 7 ottobre 2023 e ha fallito in Iran nonostante un’opportunità unica data dall’avere gli Stati Uniti al suo fianco”. Ciononostante, l’opinione pubblica israeliana non è contraria alla prosecuzione del conflitto e proprio le regioni settentrionali, bersagliate dai razzi i Hezbollah e favorevoli a proseguire l’offensiva, potrebbero risultare decisive in un’elezione che si gioca sul filo di pochi seggi. Mentre Washington e Teheran trattano le clausole di un accordo ancora da siglare, Netanyahu dunque avanza su entrambi i fronti. Lo fa all’ombra dei continui colpi di scena a Hormuz, la migliore copertura che potesse sperare.
Alessia De Luca

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