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L’Europa tra dazi e sovranità: urgenza di una strategia di resistenza alla competizione globale

Il recente Festival Città Impresa a Bergamo ha evidenziato un’ossessione per i dazi come risposta immediata all’incognita globale rappresentata dalle elezioni statunitensi e dall’influenza di figure come Trump, Putin e Xi Jinping. Tuttavia, come suggerisce Roberto Vavassori, i dazi sono solo il dito che indica una luna più vasta: il crescente conflitto ideologico e commerciale che minaccia i valori e la stabilità dell’Occidente. In questo contesto, l’Europa appare fragile e frammentata, ostaggio della sua stessa mancanza di compattezza. Affinché l’Europa possa essere un soggetto competitivo e non solo una pedina di scambio, è necessaria una svolta decisa: superare la clausola di veto, impegnarsi in un debito comune e adottare una visione condivisa, come propone Macron, per non limitarsi ad assistere, inermi, alla perdita della propria sovranità economica e culturale.

di Beppe Facchetti | 12 Novembre 2024

Solo nella mezza mattinata di apertura del recente Festival Città Impresa svoltosi a Bergamo, la parola “dazi” è stata pronunciata ben 42 volte dai relatori, e cosi si è andati avanti anche nelle giornate dl dibattito successivo.

Quasi un’ossessione, frutto immediato del risultato delle elezioni USA, con Donald Trump convitato di pietra.

Ma non ha torto Roberto Vavassori, (Brembo e Anfia), a consigliare di non confondere il dito, cioè i dazi, con la luna, quest’ultima essendo il ben più vasto problema del nuovo scontro planetario sull’Occidente e i suoi valori. A fine secolo, l’Occidente attuale peserà per il 10% della popolazione mondiale.

In fondo, i dazi – veleno dell’economia libera, incubo di Luigi Einaudi – c’erano ai tempi di Obama, prima di quelli di Trump 1, e non sono stati toccati dal suo successore Biden.

E allora entra sulla scena un secondo convitato, Vladimir Putin, con il suo complesso di rivincita, risalente a ben prima della guerra, quando in un’intervista se la prese con il liberalismo, e sembrò surreale che da quel pulpito si volesse insegnare la libertà. L’autocrate russo ce l’aveva con la democrazia e i diritti civili (che considerava la causa della corruzione dei costumi), sentendosi autorizzato ad una crociata moralizzatrice, tanto per cominciare dezanificando l’Ucraina. Nella conferenza stampa successiva all’elezione di Trump, il dittatore russo ha aggiornato il suo pensiero spiegando che senza il colpo di mano contro il vicino di casa più fastidioso (al costo per ora di almeno 100 mila morti russi, ma nessuno protesta a Mosca il sabato pomeriggio), sarebbe diventato – tra sorrisi e vendita agevolata di petrolio e gas – un Paese di “seconda fascia”, buono solo per lo scambio di materie prime. Un destino inaccettabile.

Ma il secondo convitato è solo una comparsa rispetto ad un terzo soggetto, Xi JinPing, che è il vero competitore degli USA per la leadership mondiale.

E l’Europa? Qui è il vero problema che dovrebbe attrarci ben più delle dispute su olio di ricino e caviale. Non si può pensare che ci siano due soli italiani, Mario Draghi ed Enrico Letta (esponenti dell’elite che perde le elezioni, perchè antipatica e supponente), che si preoccupano del futuro con l’angoscia che merita.

Se c’è un punto di forza che l’Italia ha salvato in questi tormentati anni in cui un italiano su due ha smesso di votare e l’altro si è occupato di invettive contro comunisti e fascisti (ma in che anno siamo?), questa forza è stata l’esportazione dei prodotti del nostro ingegno, si trattasse di parmigiano o di macchinari straordinari. Ci ha tenuto a galla quella minoranza di imprese non tutte necessariamente grandi che riusciva a vendere con successo. Non ci fossero la guerra e i convitati di pietra, si potrebbero programmare 1000 miliardi di export. I numeri difficili della macroeconomia nazionale per ora stanno in piedi cosi.

Pensare che il più importante alleato del nostro Paese vinca e convinca promettendo dazi contro il mondo intero fa rabbrividire, perchè dopo la Cina c’è la Germania, da cui dipendiamo per la nostra manifattura, e poi ci siamo noi.

Il metodo Trump, del resto, è ben noto: non considera Bruxelles ma si degna al massimo di trattare con i singoli 27 Paesi, tutti troppo piccoli per reggere il confronto e indeboliti dai filotrumpiani per ragioni di rivalità di partito, dimenticando i guai che stanno arrivando alle nostre imprese. Al nuovo capo americano piacciono le trattative dirette. Uno come Orban, frequentatore di Pontida, è l’ideale ma sarà irresistibile la manona di “the Donald” sulla spalla quando proporrà uno dei suoi adorati “deal”. In cambio beninteso di sovranità perduta e abbandono al nemico se non paghiamo i costi della Nato (lo ha detto).

Servirebbe un’Europa compatta, ma ci sarà forse solo se saremo sull’orlo del precipizio. E qui ancora bisogna guardare alla luna, cioè alle decisioni di fondo. Non si può perdere tempo, bisogna liberarsi della clausola di veto, mettere in campo 800 miliardi, fare debito comune e decidersi, come dice Macron, ad essere un popolo né erbivoro, come è oggi, né carnivoro, ma onnivoro. Altrimenti, i colossi ci mangiano, e noi ci occuperemo solo di pizza e gondole.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : AperturaTag: anni, bruxelles, cina, conferenza stampa, costi, democrazia, dittatore, draghi, elezioni, enrico letta, europa, futuro, germania, incubo, la germania, leadership, luigi einaudi, mario draghi, mondo, mondo intero, nato, obama, putin, scambio, usa

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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