
“Se fosse così, come si spiegherebbe l’indignazione dello stesso parlamento europeo?”
All’ordine del giorno del Consiglio Europeo chiuso l’altra sera c’erano soprattutto tre questioni, l’una collegata all’altra. L’Ucraina, per dimostrare il ruolo dell’Europa e cercare di sostenere Zelensky da una parte e ricavarsi un ruolo al tavolo dei negoziati e in quello, forse, della tregua e della pace duratura. Riarmo e rilancio della difesa comune, sebbene su posizioni diverse tra i 27 tra chi vorrebbe un’Europa autosufficiente, ponendosi in una posizione parallela a quella degli Stati Uniti e chi nella Nato. La competitività, per ridare spessore a una economia che rischia di compromettersi proprio sulle difficoltà rappresentate dai dazi e dalle spese di bilancio dei 27 per il riarmo. Perché si deve potenziare l’industria militare europea se si vuole “aiutare” direttamente Zelensky. La volontà comune è quella di sbrigarsi, di accelerare i percorsi per “aumentare la prontezza dell’Europa in materia di difesa nei prossimi cinque anni”. Per questo i leader hanno chiesto ai legislatori europei di “portare avanti il lavoro sulla base delle proposte della Commissione”. Andando a comprendere quali fonti di finanziamento attivare per dare impulso all’industria europea della difesa proponendo però alla Commissione di utilizzare i programmi dell’Ue “basati sull’esperienza del programma Invest Eu”, il fondo che sostiene e garantisce progetti ad alto valore aggiunto, coerenti con gli obiettivi delle politiche dell’Ue, ma che per il profilo di rischio avrebbero difficoltà ad accedere a finanziamenti. Insomma, serviranno investimenti privati e pubblici ma saranno garantiti dall’Unione. Cambia però il nome del progetto lanciato da Ursula von der Leyen: non sarà più “RearmEu” che non piace – a titolo esemplificativo Giorgia Meloni e Pedro Sànchez – ma “Readiness 2030”. Un’operazione di riassetto – visto che alla fine i contenuti sono gli stessi: quelli del riarmo europeo. I paesi confinanti con la Federazione russa sono più propensi ad aumentare le spese per la difesa. Polonia, Finlandia, Svezia e i Paesi Baltici lo hanno sostenuto, a differenza dei Paesi del sud fra i quali anche l’Italia. Le divisioni sugli investimenti dei Paesi membri però restano. Gli investimenti sulla difesa comune saranno nazionali e quindi incideranno sul debito dei singoli stati. Pur utilizzando il Fondo InvestEu parte degli investimenti saranno pubblici e quindi rischierebbero di aumentare il debito pubblico. Italia e Francia corrono questo rischio. Un investimento complessivo dell’Europa garantito equamente da ciascuno stato membro ma anche il premier olandese Schoof ha ribadito la sua opposizione così come l’Austria e la Germania. In ballo c’è anche la Nato, le pressioni degli Stati Uniti che hanno chiesto ai Paesi europei di arrivare a un aumento della percentuale di Pil legato alla difesa che dovrebbe essere intorno al 3,5%. Il presidente degli Stati Uniti lo ha precisato più volte: chiudere il conflitto in Ucraina, liberare gli Stati Uniti dal peso economico legato all’Alleanza Atlantica e occuparsi maggiormente di un’area del mondo che ritiene a maggior rischio per il Paese a stelle e strisce: quella dell’Asia. Ma rispetto alle decisioni prese nel vertice informale del 6 marzo scorso c’è comunque un elemento in più che, almeno in parte, sembra avere avvicinato Orbàn ai 26. Infatti i firmatari hanno giudicato positivamente l’incontro in Arabia Saudita tra Stati Uniti e Ucraina che identifica margini per una soluzione diplomatica del conflitto pur chiedendo, sempre nel documento dei 26, alla Russia di “mostrare una reale volontà di porre fine alla guerra”. Un’apertura, insomma, agli sforzi diplomatici di Trump che piace tanto ad Orbàn quanto a Meloni. Volodymyr Zelensky che è intervenuto con videomessaggio al vertice. Il fatto che ci siano sforzi diplomatici in corso non deve permettere che diminuiscano le pressioni nei confronti della Russia. Per Zelensky sono proprio le pressioni che possono “ridurre la possibilità di inganno da parte di Putin. Emmanuel Macron e che trova nella sponda britannica un forte sostenitore. Inserirlo avrebbe significato appesantire ulteriormente le vie diplomatiche, tanto con gli Stati Uniti quanto con la Russia. Il tema della competitività dell’economia europea ruota su due questioni fondamentali. Quella energetica, con la volontà di spingere sulle fonti rinnovabili e sul nucleare, e quella di contrasto alle politiche di Trump sui dazi. E proprio sul nodo dei dazi arriva un segnale distensivo nei confronti degli Stati Uniti. Il Consiglio doveva varare le contromisure tariffarie europee, ma ha scelto di congelare questa opzione cercando la strada “diplomatica” con la presidenza Trump ed evitare di inasprire la guerra commerciale.
Ma il punto non è questo. È l’esagerazione, la sproporzione, la ferocia, ripeto, dei vostri interventi diplomatici.
Giuseppe Basilico

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