
Leggo i giornali di regime che in tutta Europa scrivono di questioni futili, effimere, che interessano solo i politici: “riunione straordinaria dei paesi europei per la crisi di Ceuta, l’Italia sospende Schengen”, ” La Marina italiana abborda una nave della “flotta ombra” di Mosca a ovest di Pantelleria”, “Provvedimento del governo per contrastare i rialzi dei carburanti: è un flop. Il governo: non ci sono risorse”, “Scontro in maggioranza sulla legge elettorale e le preferenze” . Toni e articoli simili anche in Francia e Germania. Più gli elettori non vanno a votare e più i politici propinano dosi sempre maggiori di questioni irrilevanti. In Gran Bretagna l’unico giornale, che conosce bene quale siano le priorità su cui scrivere, è il Guardian che in un articolo della redazione lancia l’allarme sulla catastrofe energetica che sta per sconvolgere l’Europa.
Siamo già in emergenza energetica
Ho voluto verificare le tesi del Guardian consultando siti di agenzie indipendenti specializzate sull’energia e ho trovato, in cima a tutte le notizie, della grave crisi energetica che è già in atto in tutto l’occidente, particolarmente in Europa. Sulla questione energetica emergono risvolti gravi completamente celati dalla disinformazione di regime. Intanto una penuria strutturale di offerta energetica che solo parzialmente si riesce a compensare con l’utilizzo delle scorte. Ma non bastano e quindi si sta accelerando l’utilizzo delle riserve strategiche.
Esperti del settore fra cui Steve Jermy (https://stevejermy.substack.com/) e Larry Johnson (https://sonar21.com/) fissano nel 20% la quantità di riserve strategiche che restano agli Stati Uniti, e il 50%, ma in rapida riduzione, all’Europa . Viene inoltre celato il reale prezzo del petrolio, che in Asia a Singapore è già scambiato a 200$ al barile. I prezzi, che ci vengono dati dai media, del Brent e il BTI, non sono i prezzi reali pagati ma quelli dei futures. Anche gli Stati Uniti non sono immuni da questa situazione. La penuria di tutti i tipi di idrocarburi ha consigliato Trump di sospendere i bombardamenti sull’Iran.
Gli USA importano circa 6 milioni di barili al giorno di un greggio particolarmente adatto a produrre gasolio e kerosene per aerei, che loro non hanno. Steve Jermy : “Se togli il gasolio dal mercato ti stai cacciando in grossi guai”. Il gasolio in tutto il mondo alimenta l’agricoltura, i trasporti, la logistica e le attività militari così come la penuria o gli altissimi costi del kerosene mettono in crisi il trasporto aereo”. E’ già così. Le compagnie aeree hanno cancellato in 4 mesi circa 100.000 voli, la Spirit Airlines è fallita e una serie di altre compagnie sono sull’orlo della bancarotta. Se per gli USA la situazione è gravissima per l’Europa è catastrofica essendo l’entità economica che acquista più idrocarburi a livello planetario. Parliamo di circa 12 milioni di barili al giorno e in più c’è un deficit di gas, che gli USA non hanno, che si comincerà a sentire pesantemente con l’arrivo dell’autunno e dell’inverno.
L’Europa non ha più fornitori affidabili
Il principio primario di una strategia d’acquisto è la diversificazione dei fornitori, dal 2022 ad oggi, l’Europa invece ha ridotto notevolmente i fornitori. Il primo grave errore della leadership Europea è stata quella di imporre già dal 2022 sanzioni all’energia russa senza che abbiano avuto un impatto significativo sull’economia russa, ma uno rilevante sui prezzi dell’energia che in quattro anni ha prodotto i suoi frutti maligni sulle famiglie e sull’economia soprattutto tedesca e italiana che sono quelle che hanno più industrie energivore. Il resto del mondo che conta, quello che detiene le attività produttive e manifatturiere, ha continuato ad acquistare dalla Russia petrolio di ottima qualità a prezzi molto inferiori rispetto a quelli pagati dall’Europa agli Stati Uniti.
L’Europa ha accettato senza rispondere a tono alla distruzione, da parte degli ucraini, del Nord Stream 2. Ora le forniture di greggio dal medio oriente sono bloccate e non si sa se e quando Israele permetterà di risolvere la crisi nell’assoluta immobilità dei politici europei. Scrive Politico.com “Gli Stati Uniti sono i proxy di Israele come gli Houthi dell’Iran”. Ma non sarà a breve. Gli Houthi hanno bombardato e danneggiato la più importante raffineria dell’Arabia Saudita, e del mondo, a Jizan . Gli stretti da cui passa il 30% del petrolio mondiale Hormuz e Bab al-Mandab sono o chiusi o fortemente insicuri con gli Houthi che hanno già attaccato navi che provano a passare. Il terminal saudita, sul mar Rosso, di Yanbu costruito per superare entrambi gli stretti è stato bombardato. Anche se la crisi finisse oggi ci vorranno dai due ai tre mesi per far ripartire la produzione di idrocarburi. Per il gas ci vorrà molto più tempo per riparare i danni dei terminal sia del Qatar che dell’Arabia Saudita, si parla di 6/8 mesi.
Il geofisico Art Berman, artberman.substac.com, esperto di idrocarburi, afferma “un ritorno completo alla precedente situazione non sarà possibile prima di un anno” . La Cina che sarebbe dovuta essere la prima vittima delle guerre intorno al petrolio non batte ciglio. Ha dichiarato che le sue riserve sono ai massimi e che giorno dopo giorno fanno sempre un po’ a meno degli idrocarburi a favore delle energie alternative.
Il contrario dell’occidente che sotto la spinta di Trump, per salvare il “petrodollaro”, e delle destre reazionarie, contrarie all’innovazione tecnologica, ha abbandonato i piani di transizione energetica. Ora anche il Kazakistan, che è divenuto il secondo fornitore di petrolio dell’Europa, ha smesso di pompare greggio, dopo gli attacchi degli ucraini alle petroliere in banchina al terminale di Novorossijsk sulla costa russa del Mar Nero.
I vertici della Comunità Europea hanno chiesto a Zelensky di evitare tali attacchi e questo potrebbe portare ad una ripresa della produzione. L’Operc+ che include gli 11 membri dell’OPEC , tra cui Arabia Saudita e Kuwait, più altri paesi come la Russia, ha annunciato un nuovo aumento della produzione di petrolio, pari a 188 mila barili al giorno da settembre. E’ un aumento poco più che simbolico, anche perché non si sa da dove farlo passare. In una situazione di questo tipo cosa fanno le governance europee?. Niente di serio. Discutono accademicamente su chi potrebbe essere la persona che dovrebbe trattare con i russi e dei limiti e i paletti della trattativa stessa. Stiamo ancora a “caro zio”. I diplomatici di carriera e gli esperti di strategia vengono zittiti come disfattisti o filo-putiniani o filo-iraniani. L’Occidente, particolarmente gli Stati Uniti, hanno una reputazione diplomatica sotto i tacchi. Purtroppo in Europa non si intravede un Helmut Schmidt o negli USA un Kissinger. L’idea è quella di un cessate il fuoco per dare agli ucraini la possibilità di rifiatare e riorganizzarsi e alle aziende europee di aumentare la produzione di armi per colpire in profondità la Russia.
In altre parole vorremmo trattare una pace sempre con lo scopo di sconfiggere la Russia. La follia della leadership europea? organizzare conferenze di pace farsa senza una delle parti in conflitto: la Russia. Si tratta di una classe politica autoreferenziale che sta per essere, purtroppo per la democrazia, spazzata via dai “destri” veri proprio con lo slogan “basta guerre”. La realtà è che russi e iraniani aspettano loro un “cambio di regime” nel nostro campo.. Sarà l’emergenza energetica a dare luce alla “cecità energetica”, come sempre l’economia farà mettere giudizio ai politici. A convincerli a mettere fine alle guerre saranno i prezzi alla pompa, l’aumento delle bollette, l’inflazione che schizza ben oltre il 4/5%, il prezzo del denaro che riprende a salire.
Proprio in questi giorni il messaggio Oliver Blume , CEO di Volkswagen, che ha parlato del futuro dell’industria automobilistica tedesca: “solo con più produttività, più efficienza e più capacità di innovare non basta più. Serve anche altro: prezzi dell’energia competitivi, una politica tecnologica focalizzata e incentivi affidabili”. Anche le aziende hanno le loro colpe. La Volkswagen dopo il covid ha continuato a elargire grossi dividendi a soci e azionisti invece che investire sulla transizione all’auto elettrica. Si dice che dalle crisi emergono classi politiche migliori, speriamo che non siano della stessa pasta di quelle andate al potere dopo la crisi del ’29.
Fulvio Rapanà

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