Tre esempi sotto gli occhi di tutti: la crisi britannica provocata da Brexit, e viceversa la buona ripresa di Portogallo e Grecia in chiave comunitaria, dovrebbero dimostrare di per sé quanto sia importante l’Europa. Altro che sovranismo e populismo, regressioni anacronistiche che possono solo far male ai Paesi più fragili, Italia compresa, in un panorama mondiale per grandi attori, non per piccoli velleitarismi. Ungheresi e polacchi prosperano nel nazionalismo ma stanno saldamente nell’Unione.
Il pendolo italiano è tornato a oscillare in direzione Bruxelles, e sembrano accantonati i deliri dell’Italexit e le fantasie sui minibond e relativa uscita dall’euro, ma la conversione 5Stelle non affonda certo in una scelta di cultura politica. Sembra piuttosto uno dei tanti motivi di fredda convenienza su cui si regge la nuova coalizione.
Come finirà l’avventura britannica dovremmo saperlo presto, e gli ultimissimi segnali di uno spaccatutto come Johnson sembrano più prudenti, ma bisognerebbe evitare quel no deal che a lui sembra piacere tanto. Forse ha ragione un vecchio saggio come Giscard d’Estaing a chiedere un rinvio lungo di qualsiasi decisione; ci sarebbe tra l’altro il tempo per un nuovo referendum, che probabilmente darebbe un esito diverso, dopo la disinformazione che produsse nel 2016 la sorpresa dell’exit con il 51% di voti a favore.
Gli inglesi stanno percependo in concreto cosa significhi l’uscita disordinata dall’Unione: per non parlare di una possibile secessione scozzese e di nuovi guai in Irlanda, ci sono una sterlina già svalutata del 16%, 2000 miliardi di bond a rischio e una prospettiva immediata di disagio grave, per scarsità di generi alimentari e carburante per riscaldamento, blocchi inverosimili alle frontiere. Con pignoleria britannica, il Governo ha preventivato un numero di bare doppio rispetto al normale per far fronte all’aumento di decessi per mancanza di medicinali!
Ma dicevamo della Grecia e del Portogallo, due nazioni che hanno invece accettato la cura europea dei loro mali e sono ora in condizione di crescita migliori di quelle italiane.
La Grecia provò a fare il suo referendum (mai però contro l’Europa e tanto meno l’euro), ma poi il leader protopopulista Tzipras finì per rimangiarsi tutto e accettare le direttive di Bruxelles, riprendendo così la strada della crescita, pagando il tutto, meriti compresi, con la sua sconfitta elettorale e il passaggio di consegne al governo Mitsotakis, fieramente europeista e liberale. Al popolo greco è rimasto il conto da pagare delle bugie e truffe dei governi pre Tzipras. La Grecia ha dovuto cedere beni pubblici a tedeschi e cinesi, ma oggi è tornata ad avere una speranza.
Ancor più netto l’insegnamento che viene da Lisbona. Era allo stremo, quando subì l’umiliazione dell’arrivo della troika in cambio di 70 miliardi di aiuti europei. Ha confermato poche settimane fa un governo di sinistra che ha fatto riforme dure, inimmaginabili in Italia, ma, con manovre espansive, il Pil cresce quasi del 2%, e il debito pubblico è rosicchiato da anni di avanzo primario del 3%.
Il famigerato spread che da noi si muove ancora attorno a quota 150, per il Portogallo è di 66 punti, in gara con quelli della Spagna, cioè attorno alla metà dei nostri.
L’Europa conviene, insomma, proprio a chi è più in difficoltà e noi, che non cresciamo da 20 anni, e abbiamo annullato l’1,7% a cui eravamo arrivati due anni fa, siamo tra i Paesi che più hanno bisogno di Europa.
Dopo la dura sconfitta alle elezioni dei sovranismi ottocenteschi e l’impensabile ascesa di due italiani ai vertici europei, sarebbe ora di smetterla con la supponenza anti europea, che può solo farci male.
Beppe Facchetti

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