
Pechino tratta con l’UE per evitare sanzioni ai suoi prodotti. Così le sue aziende delocalizzano in Europa, che non riesce ad evitare i rischi di un’invasione cinese.
Pechino, invece, ha paura di una svolta “americana” della UE: cioè, che Bruxelles faccia resistenza attraverso i dazi oppure ostacolando il suo export, come ha fatto Trump.
Elisa Querini, responsabile del Desk Asia-Pacifico, osserva: “Mentre il Commissario europeo Šefčovič aspetta una risposta dalla Cina sui problemi commerciali tra le parti, le aziende del Dragone hanno già cominciato a delocalizzare anche in Europa, a partire da quelle del settore automobilistico, anche per bypassare le sanzioni europee contro i prodotti provenienti dalle imprese cinesi. Un fenomeno che potrebbe prendere piede in diversi settori”.
Bisogna tenere conto che ci sono dialoghi in corso tra Cina e Unione Europea, tanto che il Commissario per il Commercio e la Sicurezza Economica dell’Unione Europea, Šefčovič, ha dichiarato che si aspettano dei risultati entro ottobre.
L’Unione Europea è capace di portare avanti per anni negoziati senza risultati e poi raggiungere intese come quelle firmate negli ultimi tempi, ad esempio con l’India, anche se è chiaro che per questo c’è bisogno di compromessi. La Cina deve affrontare il tema della domanda interna, che è in rallentamento da qualche anno: è diventata la nuova priorità, anche come fattore di sicurezza in un periodo in cui l’instabilità globale può incidere sulle esportazioni. Potendo far conto sulla domanda domestica, si dipende meno dalle fluttuazioni esterne.
La presenza cinese in Europa, nell’ultimo periodo, è dovuta soprattutto all’interesse di aggirare le sanzioni. Diverse imprese, anche appartenenti alle catene produttive, si spostano perché così il prodotto non arriva più dalla Cina, ma è realizzato in Europa.
In Europa ci sono Paesi che hanno un costo del lavoro inferiore rispetto ad altri e che si gioveranno di questi investimenti e della creazione di nuove imprese. Mentre saranno scontenti i Paesi europei in cui la manodopera costa di più. Ma questo non è un problema dei rapporti con la Cina: è dovuto alla presenza di situazioni diverse all’interno della UE. Il rapporto fra Bruxelles e Pechino, d’altra parte, è complesso: per la UE la Cina è un competitor, un rivale sistemico, ma anche un partner. Dipendiamo comunque dalla Cina per determinate filiere e non possiamo staccarcene.
L’Europa punta al de-risking, cioè a diminuire i rischi relativi alla sicurezza delle nostre catene del valore e di approvvigionamento. Non possiamo distanziarci completamente da Pechino, anche se dobbiamo mettere in sicurezza i nostri interessi.
L’esempio più evidente è quello di BYD in Ungheria, che dovrebbe iniziare la produzione entro l’anno. Il prodotto è cinese, ma realizzato in Ungheria, anche se bisognerà vedere come affronterà la questione il nuovo governo. Questi investimenti creano lavoro e hanno ricadute interne dal punto di vista sociale.
Šefčovič si è recato a Pechino e ha incontrato il ministro del Commercio cinese a Bruxelles a fine giugno. È probabile che l’Europa voglia maggiori controlli sulle procedure di produzione, limitando l’inondamento del mercato europeo da parte dei prodotti cinesi, per esempio con una tassa sulle spedizioni provenienti anche dalla Cina: una risposta ai grandi conglomerati che lavorano a basso prezzo, come Temu o Shein, colossi dell’e-commerce.
La Cina ha sempre risposto alle imposizioni europee con ulteriori misure. Uno degli interessi principali dell’UE è controllare il deficit commerciale, perché il Dragone, in quanto esportatore, domina il mercato europeo. L’obiettivo cinese, comunque, è continuare le proprie esportazioni senza limiti particolarmente pressanti e creare un ambiente commerciale positivo, anche se deve fare i conti con un’Unione Europea che ha interessi da difendere e che, comunque, è vicina a Washington.
Tra Europa e Cina ci sono stati degli scontri, ma dopo un momento di stallo si arriva di solito al dialogo. E’ impensabile uno scontro sistemico e strutturale. Le tematiche da affrontare, d’altra parte, sono molto complesse. Secondo Elisa Querini, andremo avanti tra piccoli scontri e piccoli compromessi.
Il settore dell’auto ha fatto da apripista per la delocalizzazione cinese in Europa. Ma questo fenomeno può riguardare anche altri comparti. Potrebbe succedere con Xiaomi, che si occupa di elettronica di consumo e non realizza solo telefonini, ma tutta una serie di altri dispositivi. Tra l’altro, la Cina ha il monopolio in diversi settori, come il fotovoltaico: qui l’Europa dipende da Pechino per la produzione di determinati materiali e strumenti.
La sfera energetica, quindi temi come il green e il nucleare, dopo le ultime dinamiche nello Stretto di Hormuz, restano un fattore centrale.
La UE sta cercando di diversificare quanto più possibile gli attori commerciali con cui ha rapporti. Oltre a quello con l’India, sono stati firmati altri accordi, come quello con il Mercosur. E, in un certo modo, queste intese possono essere viste più che in chiave anticinese, nel tentativo di costruire maggiore spazio negoziale.
In realtà si è ormai creata una dipendenza economica dalla Cina per determinati prodotti e tecnologie, ma non va visto solo come un fenomeno settoriale.
In realtà, come scrisse qualche anno fa il mio amico Nino Galloni in un suo saggio, siamo entrati nell’era del Dragone.
Per l’Occidente che domina il mondo sin dalla metà del secondo millennio dopo Cristo tra continui conflitti militari per la spartizione del potere, arriva dalla Cina una grande lezione: conquistare il mondo senza ricorrere alla forza militare e alla violenza delle guerre.
La vera battaglia politica oggi consiste nell’abbattimento di quelle barriere culturali che reggono le logiche di dominio e di sopraffazione. Il dialogo ed il rispetto reciproco sono necessari per arrivare alla democrazia economica e costruire quei rapporti di solidarietà che uniscono l’umanità.
Salvatore Rondello

L’UE de industrializza e compra il petrolio più caro dagli USA e…pensa di competere con la Cina, che negli anni ha saputo costruire una rete economica efficiente e…lo fa con sciocchi dazi che danneggiano i consumatori europei!
Come lo sciocco Trump!
L’UE o, meglio, la non democratica e sciocca dirigenza UE dovrebbe vergognarsi.