A 40 anni dalla prima elezione diretta del Parlamento Europeo l’Unione Europea rappresenta una entità del tutto inedita nel panorama delle istituzioni contemporanee e persino rispetto ai modelli classici degli stati confederali o federali. Modelli che dovrebbero essere i riferimenti più logici per capire il punto in cui oggi si trova il lungo percorso della costruzione Europea. Una storia di successo, tuttavia, dalla nascita dello OECE, poi OCSE (1948) l’organizzazione Europea per la cooperazione economica e del Consiglio d’Europa (1949) sino al trattato di Roma (1957) e poi alla prima elezione diretta del Parlamento Europeo nel 1979
Oggi, cioè a 40 anni esatti da quell’evento, alla vigilia delle elezioni europee di quest’anno, e nel pieno caos della Brexit e dei conflitti incrociati che attraversano il sistema internazionale, l’Unione si trova davanti ad una sfida decisiva come e più di altre nel suo percorso. Un percorso lungo, con rallentamenti e accelerazioni, ma sicuramente positivo se oggi l’Unione Europea è diventata un gigantesco aggregato di ben 28 stati nazionali tra cui una ventina hanno adottato la moneta comune come ha scritto il presidente francese Emmanuel Macron in una lettera inviata ai 28 paesi dell’Unione, Gran Bretagna compresa, “mai dalla seconda guerra mondiale l’Europa è stata così necessaria, eppure mai L’Europa è stata tanto in pericolo”
Non so dire se l’unione sia davvero in pericolo, ma è certo che indietro non si può tornare e che ogni paese europeo preso da solo ( persino un gigante economico come la Germania) non può sostenere il confronto non solo economico con potenze continentali come la Cina, la Federazione Russa, l’India per non parlare degli USA, che hanno lanciato la sfida alla Cina sui dazi per rimediare ai guasti prodotti dalla globalizzazione così come è stata affrontata dall’Occidente e all’apertura dei mercati con le ripercussioni che ci sono state in positivo ma anche in negativo, specialmente per i settori colpiti dalla concorrenza e i processi di delocalizzazione
Tuttavia oggi l’Unione si trova ad un bivio, perché oramai ci sono sintomi di scollamento interno, ed evidenti fattori di stallo istituzionale, di crisi , specialmente di deficit democratico e di disaffezione che vanno affrontati con urgenza. Ma ci sono anche fattori di conflittualità e giochi di potenze, sul piano internazionale che richiederebbero, per essere un attore internazionale autorevole, e non un gigante economico, ma un nano politico come è attualmente la UE. Da qui il titolo di questa mia conferenza che, lo dico subito, pone in primo piano la questione di una chiarificazione istituzionale su cosa dovrebbe essere l’Europa: una perenne incompiuta, che rischia di perdere l’immenso valore che è stato costruito in 70 anni, oppure un’unione che riesca a definirsi rispetto ai modelli classici di riferimento federazione o confederazione.
Si dice a ragione, lo ha ripetuto Romano Prodi, che per 70 anni le istituzioni comuni dell’Europa hanno sostenuto il mercato interno, lo sviluppo dei paesi aderenti, l’espansione dei diritti individuali, il benessere, lo stato sociale. Si è creato uno spazio integrato di 500 milioni di persone basato sulla democrazia, sullo stato di diritto e la più alta affermazione della dignità umana. Eppure oggi una parte crescente di opinione pubblica, in tutti i paesi aderenti, si è disaffezionata e si sono generati partiti che sbrigativamente sono stati definiti populisti, sovranisti, nazionalisti, razzisti. Le classi dirigenti pensano di non avere sbagliato niente, ma non sanno spiegare tutto questo se non con l’irrazionalità delle masse. Lo storico, invece, deve cercare di capire e di spiegare le ragioni di questo sentimento e di questa critica così diffusa in tutti i paesi ed anche in Italia che è sempre stata uno dei paesi più filo europei, ma è oggi governata da una maggioranza , che è nata anche dal malcontento per le scelte politiche della UE
Partiamo, per capire cosa è successo, dal 1979 cioè esattamente 40 anni orsono; In quell’anno in Italia morì Ugo La Malfa, il leader repubblicano grande sostenitore dell’integrazione europea, come lo fu De Gasperi il grande statista della ricostruzione e leader democristiano, e, poi Bettino Craxi, che dal 1976 divenne segretario del PSI (mentre il PCI di Berlinguer aveva appena cominciato il cammino di adesione all’Europa). Sebbene in quell’ anno entrasse in vigore il sistema monetario europeo, lo SME, strumento fondamentale per armonizzare le monete europee e emanciparle dal dollaro. In quello stesso anno ci furono le prime elezioni a suffragio universale per l’elezione diretta del Parlamento Europeo. Votò il 62% degli elettori, l’ 86% degli italiani , e solo il 33% dei britannici. Nelle ultime elezioni del maggio 2014 l’affluenza fu solo del 42% .
Socialisti democratici con cristiano sociali e popolari ancora con 221 seggi conseguirono ancora la maggioranza dei 751 seggi, ma i partiti euroscettici ebbero una notevole affermazione con più di 100 seggi.
Al momento della prima elezione il Parlamento Europeo era un parlamento senza funzioni legislative e con poteri limitati a legiferare solo in materia di controllo del bilancio. Poi le sue funzioni crebbero come purtroppo la burocrazia e i regolamenti senza alcuna definizione fra i compiti e più che altro fra i poteri delle varie istituzioni europee e gli stati membri. Più gli interventi della Corte di giustizia europea su materie delicate e come si dice oggi sensibile per le storie e le culture dei veri popoli europei.
Nel primo Parlamento eletto i socialisti ottennero 113 seggi su 410; i popolari cristiani 107. Queste due forze anche nell’allargamento dell’Unione ai nuovi membri , confermarono la loro preminenza praticamente fino ad oggi. Così come diventò sempre più evidente l’asse franco-tedesco nel governo della Comunità, diventata dal 1993 Unione Europea. Dalle prime elezioni in poi, per evidenziare la crisi della partecipazione democratica, si deve constatare il calo costante della percentuale dei partecipanti al voto, scesa costantemente sotto il 60% sino al 2014 solo il 42% dei votanti. Nel 1986 si tentò di accelerare il processo politico con l’approvazione dell’atto unico che vide Craxi impegnato nel ridurre le resistenze inglesi. Questo aprì la strada alla commissione presieduta da Delors (1989) per arrivare alla realizzazione di una unione economica e monetaria che nel 1992, dopo il crollo del muro di Berlino e la riunificazione della Germania, produsse il Trattato di Maastricht che istituì l’Unione Europea ( convergenze economiche e parametri per puntare all’integrazione).
Come è noto il 26 dicembre 1992 fu proclamato lo scioglimento dell’U.R.S.S., e subito dopo , il 7 febbraio 1992, i membri della Comunità Economica Europea approvarono a Maastricht , il trattato che avrebbe creato l’Unione Europea, un mercato unico e la moneta unica. Mentre ben 15 repubbliche , fino ad allora soggette all’U.R.S.S., diventavano indipendenti , i dodici paesi europei firmatari del trattato, fra cui l’Italia , allora in una fase di crisi drammatica , puntavano a creare uno Stato che sarebbe dovuto diventare federale. Tutti chiedevano di entrare nell’Unione , ma molti non ne avevano i presupposti economici e sociali. Così il procedere dell’integrazione si incrociò con una situazione internazionale sempre più delicata; guerre balcaniche , guerra del golfo, e scontro con il radicalismo islamico, ma anche con un processo di globalizzazione sempre più accelerato che accentuava la differenza tra i singoli paesi membri, e ,all’interno, fra i suoi ceti sociali. Via via che l’Eurozona creava regole comuni emergevano reazioni inevitabili e disagi. Persino il trattato di Schengen e di Dublino crearono forti reazioni sociali contro l’immigrazione.
Dal funzionalismo basato sul mercato, si stava procedendo verso un assetto federale con l’adozione di una moneta unica e di una Costituzione. L’Unione Europea intanto aumentava i suoi membri. Il Trattato di Nizza del 2001 stabiliva alcune regole per il funzionamento della Unione Europea allargata a ben 10 paesi dell’Europa centro orientale ( il 1º maggio 2004: con delibera del 13 dicembre 2002 il Consiglio dell’Unione europea approvò l’adesione di Cipro, Malta, Ungheria, Polonia, Slovacchia, Lettonia, Estonia, Lituania, Repubblica Ceca e Slovenia che firmano il trattato d’adesione il 16 aprile 2003 ad Atene.). Le “rovine” della dittatura comunista che entravano nella Unione Europea con il loro bagaglio di storia e di arretratezza erano inevitabilmente gelose della recuperata autonomia nazionale. Non fu cosa facile: Forse l’adesione fu troppo rapida , ma fu un moto grandioso.
Proprio mentre il mondo intero entrava nella fase più accelerata della globalizzazione, tutti temevano che l’Europa non avrebbe retto a una sfida del genere, e molti se lo auguravano. Troppo grave era la situazione debitoria dei nuovi membri, e troppi i dislivelli: sui costi del lavoro , sull’economia, sulla fiscalità sul welfare etc.. La marcia quasi trionfale dell’Unione subì un’ inevitabile inceppamento non solo nell’integrazione. Il colpo più duro fu inferto dalla bocciatura del progetto di costituzione europea, respinto dai francesi e dagli olandesi con due referendum nella primavera del 2005 mentre ben 11 parlamenti lo approvarono. Il deficit di democrazia, troppo a lungo trascurato, si era espresso nel voto popolare su una carta di 448 articoli e 63000 parole, dove non si era riusciti a trovare il modo di definire l’identità dell’Unione Europea e di semplificare il rapporto tra i singoli stati e l’unione. Quando nel 2007 con il Trattato di Lisbona si tentò di rimettere in moto il processo istituzionale, si alzarono mille resistenze non solo all’est (Polonia) ma nel Regno Unito nei Paesi Bassi nella Repubblica Ceca e Irlanda dove il Trattato fu bocciato da un referendum, poi rimediato con un nuovo referendum nel 2009, quando la grande crisi mise paura, e tutti si attendevano la salvezza dall’Europa.
Tuttavia si era evidenziata la supremazia degli stati nazionali rispetto all’Unione e questo contraddiceva il progetto federale, peraltro assai confuso. Era chiaro che alcuni paesi pesavano e contavano più di altri, come si vide nella crisi del 2008. La Commissione Europea proponeva regole che poi spettava al Parlamento e al Consiglio Europeo tradurre su direttiva per gli stati membri, dove sempre più si formavano correnti e movimenti euroscettici. Del resto ogni atto dell’Unione era ed è continuamente soggetto a contrattazione e i malumori si aggiungono e si sommano, anche perché si interviene su tutto, senza una chiara definizione dei temi delle prerogative e dei poteri delle istituzioni Europee, rispetto alle prerogative e ai poteri nazionali. In uno stato federale, secondo i modelli esistenti, le competenze sono ben definite e distribuite anche se non mancano mai tensioni e interventi delle corti. L’accordo commerciale con il Canada (Ce.Ta.) , per esempio, approvato nel 2017 entrerà in vigore solo dopo la ratifica degli stati membri. La direttiva sul copyright che obbliga i giganti della rete a riconoscere i diritti d’autore, è stata una guerra fra le diverse posizioni, con intervento delle lobbies che inevitabilmente sfruttano l’indeterminatezza dei ruoli istituzionali e la verbosità burocratica. Il caso della confusa e non previdente gestione dell’immigrazione ha dato ulteriore stimolo alla reazione contro l’Europa, in ogni stato membro senza eccezione ed in Italia ancora di più
Già i flussi migratori intensi nell’area Schengen , specialmente da est a ovest,avevano dato luogo a crescenti tensioni sociali che in Francia come in Olanda, portarono ad affossare il progetto di costituzione. Non aver tenuto conto di tutto questo è stato un grave errore politico. Il motore federatore si è inceppato e non si è calcolata la reazione in senso nazionalista dei paesi, che pure, avevano accettato l’Unione. Una reazione che ha messo in crisi la capacità dell’Europa di rispondere alla sfide del nostro tempo. Cosi è nata la reazione cosiddetta sovranista. Una sfida seria e profonda perché l’Europa è stata, nel bene e nel male, la culla degli stati nazionali: Gli stati usciti dalla morsa dell’URSS non potevano non essere gelosi della loro identità nazionale. Forse bisognava definire l’Unione Europea, pur nella sua originalità, una confederazione in movimento, in cui alcuni stati, avendo adottato l’euro, avrebbero dovuto costituire il motore federale. Del resto anche la Svizzera e gli Stati Uniti sono passati da sistemi confederali a sistemi federali anche con momenti di grave difficoltà. Sono passati 15 anni dal fallimento del progetto di costituzione, ma oggi, alla vigilia delle elezioni europee, l’assenza di una costituzione fondante la comunità, costituirebbe un problema ineludibile, se non si vuole delegittimare l’Unione Europea agli occhi dei suoi stessi cittadini. Darsi una dimensione, una istituzione più chiara e un’identità di valori, ma anche con confini comuni e difesa da un esercito comune, è diventata una necessità assoluta.
Zeffiro Ciuffoletti

#+EUROPA
i padri fondatori volevano un’Europa politica ma oggi abbiamo una Comunità economica chiamata Unione Europea
noi vogliamo una singola entità europea,
Un Europa Unita in grado di garantire la pace, la prosperità e la democrazia,
Un Europa dotata di una forza di coesione,
Un Europa federale, un’unità politica ed economica con la diversità linguistica e culturale