
A Monaco si torna a parlare del destino di Navalny, il patriota che cercò di salvare la Russia da sé stessa.
Nel corso della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, i rappresentanti di Regno Unito, Svezia, Francia, Germania e Paesi Bassi hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si afferma la plausibile certezza che la morte di Alexei Navalny sia riconducibile a un avvelenamento letale da epibatidina, una potente neurotossina.
Il significato politico di questa dichiarazione è chiaro: i tre principali governi europei (purtroppo assente l’Italia…) esprimono in tal modo la loro indisponibilità a “normalizzare” i rapporti con l’uomo forte della Russia, proprio mentre Trump – che aveva accolto Putin con il tappeto rosso in Alaska – spinge l’Ucraina a cogliere “l’occasione storica” di una pace con l’aggressore.
In verità, prima ancora che aggredire i suoi sventurati vicini geografici, il regime di Putin ha aggredito le voci libere che finalmente pensavano di potersi esprimere dopo decenni di dittatura sovietica e secoli di autocrazia zarista… Una delle vittime più note di una lunga sequenza di aggressioni è stata appunto Navalny.
La dichiarazione dei paesi europei ci offre oggi l’occasione per ricordare questa personalità complessa e sicuramente coraggiosa (il suo ritorno in Russia dopo un periodo di cure all’estero fu forse un consapevole consegnarsi al carcere e alla morte).
Eppure, paradossalmente, Aleksej Anatolyevich Navalny avrebbe potuto essere il miglior esempio del fatto che Ucraini e Russi sono due popoli strettamente intrecciati e che, volendo impostare i rapporti in maniera meno egemonica, avrebbero potuto convivere in una simbiosi vantaggiosa per entrambi.
Navalny era nato nel 1976 nella periferia di Mosca ma era figlio di Anatoly Ivanovič Navalny, originario di un villaggio al confine tra Bielorussia e Ucraina (poi sgomberato a causa della contaminazione nucleare dopo l’incidente di Cernobyl). Ucraino per parte di padre, ai giornalisti che insistentemente gli domandavano se si sentisse più russo o ucraino rispondeva “è come chiederti chi ami di più, tua madre o tuo padre.”
Navalny studia giurisprudenza ed economia nell’università russa, poi grazie all’appoggio di un altro famoso oppositore di Putin, il campione di scacchi Garry Kasparov, ottiene una borsa di studio per l’Università di Yale. Nel 1998 torna in patria per esercitare la professione legale, fino a quando nel 2013 non sarà privato dello status di avvocato.
Navalny si affaccia alla politica negli stessi mesi in cui Putin diventa dominus della politica russa, succedendo a Boris Eltsin. Nel 2000 si unisce al partito riformatore Yabloko. E cinque anni dopo fonda un movimento giovanile denominato “DA” sigla di Alternativa Democratica e parola che indica il Sì in lingua russa. L’organizzazione era indicativa di due orientamenti di Navalny: quello verso la formazione giovanile unita all’attenzione per i media sia tradizionali che informatici. Le trasmissioni televisive di Navalny trasmesse da Mosca TV ebbero nelle prime due puntate ascolti decisamente alti; la terza puntata fu cancellata per ordini superiori…
La figura di Navalny ha anche aspetti controversi: oscilla tra libertarismo e populismo, esprime tesi nazionaliste, anti-immigrati, anti-islam. Riesce anche a farsi espellere dal partito Yabloko.
Il punto forte della posizione politica di Navalny è la denuncia della corruzione che caratterizza il regime di Putin e la capacità di mobilitare i russi su questo tema. Dopo le proteste contro le frodi durante le elezioni del 2011 viene arrestato. L’anno successivo dopo una manifestazione anti-Putin su un blog filogovernativo vengono pubblicate sue email personali. È il segno che il contestatore sta entrando pericolosamente nel mirino del regime.
Intanto Navalny aggiusta il tiro della sua posizione ideologica, stempera i contenuti più accesamente nazionalisti e fonda un partito che si dichiara centrista, Alleanza del Popolo, basato sulla democrazia elettronica, nella convinzione che i giovani russi possano trovare sul web quella libertà di opinione che è palesemente compressa negli spazi tradizionali.
Mentre si candida a sindaco di Mosca viene condannato a cinque anni di galera per frode e appropriazione indebita. Viene rilasciato forse per una manovra di immagine: lasciar correre Navalny come candidato a sindaco della capitale era il modo più semplice per far apparire trasparenti le elezioni che avrebbero portato all’affermazione di un uomo di Putin. Navalny raggiunge comunque un risultato ragguardevole del 27% e chiede inutilmente il riconteggio delle schede.
Proprio quando sembra concretizzarsi una alleanza politica con Boris Nemtov, quest’ultimo viene ucciso a colpi d’arma da fuoco il 27 febbraio 2015. Il regime fa capire che non c’è spazio per oppositori veri, al di là delle coreografiche opposizioni dei veterocomunisti e dei nazionalisti e dei piccoli partiti liberali.
Nel 2016 Navalny si candida alle elezioni presidenziali e la risposta, monotona, è rappresentata da una condanna ad altri cinque anni di galera. Alla persecuzione giudiziaria si aggiunge una più violenta aggressione fisica: nel 2017 sconosciuti spruzzano una tintura negli occhi di Navalny che perde l’80% della vista dall’occhio destro. Ripetutamente arrestato, comincia a temere la violenza fisica più della giustizia di regime.
Anche Navalny, con audacia o temerarietà, alza il livello della sua opposizione a Putin: cerca di diventare azionista delle cinque principali compagnie di gas e petrolio per poter sollecitare dall’interno una maggiore trasparenza. Comincia a pubblicare dati sugli arricchimenti dei grandi boiardi delle industrie parastatali e tra gli scandali sollevati vi è anche uno che coinvolge, guarda caso, l’Ungheria.
Ma l’inchiesta che lo rende definitivamente “Dead man walking” è quella che riguarda di persona lo Zar… Navalny accusa Putin di aver intascato “la tangente più grande del mondo” e di aver utilizzato i fondi per costruirsi nel territorio di Krasnodar una residenza 39 volte più grande del Principato di Monaco. Un Principato Putiniano con recinzioni militarizzate, un porto, una no-fly zone e – per la gioia dei devoti putiniani che considerano Vladimir un santo – una chiesa al suo interno.
Ma le accuse di corruzione sollevate da Putin coinvolgevano anche la società di Yevgeny Prigožin poi entrato in rotta di collisione col capo e poco dopo saltato in aria col suo elicottero.
Nel 2020 Navalny viene avvelenato per la prima volta, con sostanze tossiche contenute in una bottiglietta d’acqua o nella classica tazza di tè. Notare il particolare: il regime di Putin non è una associazione che deve nascondere il proprio crimine per poterlo perpetrare, al contrario esso vuole ostentare la propria violenza per intimorire tutti coloro che potrebbero essere tentati da qualche forma di dissenso. Nello stesso tempo questa platealità viene venduta all’estero come prova dell’innocenza del Capo: 2figurarsi se Putin fa uccidere così palesemente i suoi oppositori!” … quante volte questa pseudo-argomentazione è stata ripetuta in Italia su siti leghisti, populisti, filo-russi di estrema destra ed estrema sinistra?
La schietta verità la pronuncia invece il leader della estrema destra, Vladimir Zhirinovsky, secondo il quale la condanna di Navalny è “un avvertimento diretto alla nostra “quinta colonna” …Questo sarà il destino di tutti coloro che sono collegati all’Occidente e lavorano contro la Russia”.
Intanto nel 2021 si stringe definitivamente la catena della persecuzione giudiziaria: Navalny viene condotto nella colonia penitenziaria di Pokrov, nell’oblast ‘ di Vladimir: quasi una firma d’autore da parte del suo persecutore… Inutilmente i suoi avvocati denunciano le torture subite nel gulag, come la privazione del sonno. Viene denunciato anche il drammatico declino delle sue condizioni di salute. Intanto il potere giudiziario perfeziona l’atto d’accusa contro l’oppositore: dalle vecchie, improbabili accuse di frode si passa a una più schietta condanna per “estremismo”. La sua stessa Fondazione Anti-corruzione viene tacciata di estremismo: con questo gli anni di galera arrivano 15, poi a 19. Dal 2022 si trova in isolamento permanente.
Il 16 febbraio 2024 giunge infine l’annuncio della morte da lungo tempo annunciata. Nello stesso anno esce postumo il suo libro – testamento “Patriot”.
Mostrarsi come un autentico patriota russo è stato sempre un obiettivo dichiarato di Navalny. A ben vedere Navalny rivolge una critica fondamentale a Putin proprio da un punto di vista patriottico: quella di essere un distruttore della grandezza russa, per avidità nazionalista: “A Putin piace parlare del ‘ mondo russo ‘, ma in realtà lo sta rimpicciolendo. In Bielorussia, cantano canzoni anti-Putin negli stadi di calcio; in Ucraina semplicemente ci odiano. In Ucraina ora, non ci sono politici che non abbiano posizioni anti-russe estreme. Essere anti-russi è la chiave del successo ora in Ucraina, ed è colpa nostra”. E ancora: “Putin ha distrutto il futuro della Russia solo per far sembrare il nostro Paese più grande sulla mappa”. Chi all’inizio del 2026 analizza i fondamentali economici della Federazione Russa dopo 4 anni di guerra all’Ucraina comincia a cogliere la fondatezza di questa previsione.
Alfonso Piscitelli

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