Cito a memoria il passaggio che a me pare il più importante nel discorso di investitura di Enrico Letta, e che è anche quello che ho maggiormente apprezzato.
Sono venuto, ha detto, non per guidare la sconfitta e, dunque, la distribuzione dei posti che resteranno dopo la sconfitta, secondo una mentalità diffusa all’interno del PD. Voglio guidare la vittoria, facendo del PD il perno di un centro-sinistra, aperto alla alleanza con formazioni e personalità che, pur restando fuori dal nostro partito possano riconoscersi in questa alleanza e nel suo programma. Quanto ai 5Stelle, ancora non sappiamo cosa sarà con la guida di Giuseppe Conte. Cercheremo di dialogarci con tutto lo schieramento di centro-sinistra che riusciremo a mettere assieme.
Dunque: la politica fallimentare della soggezione ai 5Stelle ed il ruolo assegnato a Conte di “federatore” della alleanza PD, 5Stelle e Leu ha imboccato la scala che porta in soffitta. Perché Letta è stato preciso e deciso del delineare il perimetro politico che intende occupare. Lo ha fatto citandone i valori di riferimento e, addirittura, facendo i nomi degli interlocutori. “Progressisti nei valori, riformisti nel metodo e radicalità nei comportamenti tra di noi” e, ancora, “Europa, la solidarietà, il lavoro ed il pilastro sociale”. Valori da portare avanti senza i tentennamenti del passato, quelli che hanno offerto del PD una immagine di immobilità e sottomissione: per questo Letta ha preannunciato l’impegno di una legge sullo ius soli, definita “norma di civiltà” (un modo per ribadire che la partecipazione al governo Draghi non deve cancellare l’identità del PD). Quanto agli interlocutori della rinnovata alleanza di centrosinistra il neo segretario non ha voluto lasciare dubbi di volerli ricercare soprattutto nell’area della cultura liberalsocialista, liberaldemocratica e laica: “Parlerò con tutti coloro che sono interessati a un dialogo: parlerò con Speranza, con Bonino, con Calenda, con Renzi, con Bonelli, Fratoianni, con tutti gli altri possibili interlocutori anche nella società”. Solo in un secondo momento, “Questo nostro centrosinistra andrà all’incontro con il Movimento 5 stelle”.
Si tratta, naturalmente delle intenzioni di un uomo appena eletto alla guida di un importante partito. E non è detto che sia semplice mantenerle. Ma essere partiti con il piede giusto è già qualcosa. Gli interlocutori chiamati in causa da Letta, soprattutto i Calenda, Bonino, Renzi e, aggiungo, l’universo frastagliato e disperso che si riconosce ancora nella cultura laica, liberale e socialista (ovvero socialdemocratica) faranno bene a non dimostrarsi schizzinosi, lasciandosi condizionare da antichi rancori. Ci sarà bisogno anche di loro per aprire una pagina nuova.
Nicola Cariglia

Com’è vero, Adalberto, com’è vero!!!
Letta deve essere preso sul serio, perchè è, innanzitutto, una persona seria. Almeno così a me pare. Proprio per questo dispiace che tra varie intenzioni apprezzabili, abbia infilato tra le priorità ( del PD? Della sinistra ? Del riformismo ? ) il voto ai sedicenni: una sparata demagogica; una puttanata, chiedo scusa.
Caro Nicola, che t’entusiasmi ogni tentativo in odore di moderazione riformista lo comprendo. Comprendo meno come tale entusiasmo possa conservarsi dopo la minestrina riscaldata di Letta, diritti delle donne, voto ai sedicenni e ius soli, tutto un bagaglio di libertà individuali direttamente fornite dal mercato, ossia l’intruglio osceno di ecumenismo e capitalismo finanziario che Bergoglio tracanna ogni giorno. Dopo aver ponzato per sette anni nella tapinissima Parigi al ricordo dell’antifascismo anni trenta, che è un po’ la malattia della sinistra, da Letta mi aspettavo ben altro, ad esempio un impulso per una Europa davvero europea, e non più lacché USA. Invece leggo la solita cautela democristiana, infarcita di slanci pseudo innovativi che non rinnovano nulla. I sedicenni a cui Letta vorrebbe dare il voto sono gli stessi accalcati nelle movide col cellulare acceso, quelli che per distinguersi dalle calvizie degli anziani condannati al Covid, si radono sopra gli orecchi e tengono il ciuffo ritto sul cranio, e non invochiamo il solito divieto cattolico a non generalizzare, buono solo per impedire il giudizio. Ma Letta oltre a passare molto tempo su libri ormai puzzolenti di televisione, dove vive? Nella portineria di casa Berlinguer-Prodi, anni settanta? Mentre il Buster Keaton di Palazzo Chigi si brucerà fingendo di bagnarsi, il cosiddetto nuovo PD di Letta si sgolerà in battaglia di retroguardia, nel silenzio collettivo per l’orrore del nulla che avanza.