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L’estrema sinistra cerca l’incidente olimpico

L’eventuale presenza del Presidente degli Stati Uniti a Milano in occasione della finale di hockey all’Arena Santa Giulia ha già prodotto un effetto prevedibile: l’annuncio di mobilitazioni da parte di centri sociali e aree dell’estrema sinistra. Sui social si parla apertamente di protesta preventiva, con toni che evocano uno scontro ideologico più che un dissenso politico strutturato. Il punto non è il diritto di manifestare — garantito dall’articolo 17 della Costituzione — ma la modalità e il contesto in cui questo diritto viene esercitato.

di Luca Rampazzo | 20 Febbraio 2026

L’eventuale presenza del Presidente degli Stati Uniti a Milano in occasione della finale di hockey all’Arena Santa Giulia ha già prodotto un effetto prevedibile: l’annuncio di mobilitazioni da parte di centri sociali e aree dell’estrema sinistra. Sui social si parla apertamente di protesta preventiva, con toni che evocano uno scontro ideologico più che un dissenso politico strutturato.

Il punto non è il diritto di manifestare — garantito dall’articolo 17 della Costituzione — ma la modalità e il contesto in cui questo diritto viene esercitato.

Milano si avvicina a un passaggio storico: le Olimpiadi invernali 2026 rappresentano una vetrina globale, un banco di prova organizzativo e un test di credibilità istituzionale. In questo quadro, ogni evento internazionale ad alta visibilità assume un valore che va oltre la singola visita diplomatica. La gestione dell’ordine pubblico, l’immagine della città e la capacità di garantire sicurezza senza comprimere diritti diventano variabili strategiche.

L’impressione, osservando la comunicazione di alcune realtà antagoniste, è che la presenza di un leader divisivo venga utilizzata come catalizzatore simbolico. Non tanto per aprire un confronto nel merito delle politiche internazionali, quanto per rilanciare una mobilitazione identitaria che ha bisogno di un “nemico” facilmente riconoscibile.

Storicamente, i grandi eventi hanno rappresentato occasioni di tensione per l’area antagonista milanese. Dal G8 di Genova alle manifestazioni contro Expo 2015, il rischio è sempre lo stesso: che una minoranza organizzata trasformi una protesta politica in un terreno di scontro, con costi reputazionali e materiali a carico della collettività.

La domanda politica è quindi un’altra: siamo di fronte a una mobilitazione legittima e circoscritta o a una dinamica di radicalizzazione preventiva? E soprattutto, chi paga il prezzo di eventuali degenerazioni?

In una fase in cui Milano ambisce a consolidare il proprio ruolo di capitale economica e sportiva europea, ogni tensione viene amplificata mediaticamente. L’interesse pubblico impone responsabilità a tutti gli attori: istituzioni, organizzatori, forze dell’ordine e manifestanti.

La libertà di espressione non può trasformarsi in una miccia. E chi sceglie di alzare i toni dovrebbe interrogarsi sulle conseguenze, non solo simboliche, delle proprie parole.

Luca Rampazzo

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Luca Rampazzo

Luca Rampazzo, giornalista, laureato in giurisprudenza, è un imprenditore digitale, AD e cofounder di Leotech, libero professionista nel settore della comunicazione, copywrighter, commerciale e addetto stampa. Editorialista di “Milano Post” e “PensaLibero.it”. Nel tempo libero appassionato di politica e di cultura economica. Tutelato dal WWF in quanto liberista e conservatore, sogna un giorno di poter uscire dalla riserva in cui viene protetto in questo paese dove il liberismo viene trattato gratuitamente dal SSN.

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