
L’Unione Sovietica ha rappresentato per il Novecento la più grande e tragica illusione collettiva. Nata come promessa di riscatto e di emancipazione per le classi subalterne, l’esperienza dell’URSS si è presto mutata nella negazione stessa dei suoi presupposti ideali.
La parabola sovietica, contrassegnata dalla dittatura del partito unico, dal dramma dei gulag e dal soffocamento del dissenso, ha dimostrato al mondo una verità incontrovertibile: non può esservi vera giustizia sociale se si sacrifica la libertà dei singoli sull’altare del dogma di Stato.
Per il socialismo italiano, la presenza ingombrante del modello sovietico è stata il motore di profonde lacerazioni, ma anche il catalizzatore di una maturazione democratica straordinaria. Tre figure monumentali della nostra storia – Giuseppe Saragat, Pietro Nenni e Sandro Pertini – hanno affrontato questo dilemma, tracciando con percorsi diversi una via autonoma, indissolubilmente legata ai valori della democrazia parlamentare. Giuseppe Saragat fu il più lungimirante nel comprendere l’incompatibilità assoluta tra l’umanesimo socialista e il totalitarismo di Mosca.
Con la scissione di Palazzo Barberini del 1947, ebbe il coraggio politico di recidere i legami con il massimalismo filo-sovietico, ancorando il socialismo democratico alla civiltà occidentale, ai diritti civili e all’alleanza tra le democrazie. Pietro Nenni visse in prima persona il dramma del distacco. Dopo gli anni dell’unità d’azione con il PCI, fu la tragedia dell’invasione d’Ungheria nel 1956 a segnare il suo definitivo punto di svolta. Nenni comprese che i carri armati sovietici a Budapest stavano schiacciando gli stessi lavoratori in nome dei quali Mosca pretendeva di governare.
Da quel momento, l’autonomia socialista divenne l’unica bussola per governare il cambiamento in Italia. Sandro Pertini, con la sua intransigenza morale, ha incarnato la sintesi perfetta di questa battaglia. Il Pertini partigiano e poi Presidente ha sempre rifiutato ogni compromesso con l’autoritarismo. Per lui, il socialismo non era un modello economico da imporre con la forza, ma l’attuazione piena della Costituzione: dignità umana, libertà di pensiero e giustizia sociale come facce della stessa medaglia.
Oggi, dalle colonne dell’«Avanti!», quella lezione storica conserva una freschezza intatta. Il crollo del muro di Berlino ha seppellito i totalitarismi del Novecento, ma non il bisogno di equità. La nostra missione rimane quella indicata dai padri del socialismo italiano: difendere i più deboli senza mai cedere alle sirene dell’autocrazia, perché il socialismo, o è libertà, o semplicemente non è.
Raffaele Amendola
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