Ancora la giustizia all’ordine del giorno, ancora la questione dell’indipendenza di organi sovrani, secondo la tripartizione di Montesqieu (parlamento, governo, magistratura), dal settecento soglia distintiva dell’occidente liberale nei confronti delle monarchie dell’ “ancien regime”.
Il popolo italiano non partecipa alle lotte di potere tra il premier e i suoi fans da un lato e il corpo della magistratura, che deve rispondere al cittadino, più che al governo, in termini di equità, efficienza ed efficacia.
Sappiamo oramai da tempo che l’obbligatorietà dell’azione penale al conoscersi della notizia di reato impone alla magistratura di non fare “figli e figliastri”, sulla base del censo, status, classe, casta o corporazione di appartenenza dell’imputato, si tratti o no di un “colletto bianco”, abbia o meno la pelle bianca.
Sappiamo con certezza che gravi stragi terroristiche e mafiose sono rimaste sostanzialmente impunite e senza colpevoli per 15-30-40 anni, sappiamo dello scandalo di reati gravissimi che, grazie ad un sistema procedurale discutibile, consente agli autori di farla franca e, grazie a rinvii infiniti, predisposti da abili “principi del foro”, di raggiungere l’agognata meta della prescrizione del reato. Sappiamo di cause civili e di lavoro che si trascinano per 20-30 anni, nonostante recentemente la Corte Europea di Giustizia imponga tempi “ragionevoli”, pena risarcimento alle parti lese, dall’incertezza della pendenza di un giudizio, quanto dell’onerosità crescente delle spese processuali improprie, “dum pendet, rendet”, che crescono in proporzione ai tempi biblici dei processi, ampliati artificialmente a dismisura.
Dubitiamo fortemente che nel nostro paese attecchisca la civiltà del ricorso contro la lungaggine dei processi, lesa maestà alla persona del giudice, diverso dai rituali ricorsi in appello o in Cassazione, ragion per cui le “ragioni sociali” degli ultimi possono attendere le “ragioni privilegiate” degli addetti ai lavori.
La difesa di ufficio dei magistrati che invocano la cronica inadeguatezza di mezzi e strutture rispetto ai processi affidati non sembra sufficiente ai cittadini che esigono celerità e regolarità da chi presiede l’azione giudiziaria.
L’ impressione è che, alla pari di altri ordini, oggi la qualità e l’autorevolezza difetti anche nella magistratura, ragion per cui spesso un processo somiglia ad una lotteria, e lo strascico di morbosità popolare denota un’aggravante; elementi di casualità, prove obiettive insufficienti, prove soggettive testimoniali, spesso assunte senza controprove, da far rabbrividire e comprate al “mercato nero”, grossi abbagli, ritualità formalistica in contrasto con la sostanza, peso “contrattuale” delle parti processuali, alternanza preconcordata da “gentlemen agreement” (a scapito della verità storica, sempre più un orpello), nella prevalenza o soccombenza processuale.
Ovvio che il cittadino onesto, sempre più desideroso di trasparenza, non ci sta ad essere immolato “per giochi di potere” o per arrendevolezza agli interessi, manifesti o latenti, collaterali, nè a vedere scorrere la civiltà plurisecolare del diritto ad un livello mai così misero. Di ciò non può essere responsabile che il magistrato, alla stregua di un arbitro corrotto, o di un politico-fantoccio, quinta colonna di interessi occulti di realtà defilate.
Di fronte al ripetersi di innumerevoli situazioni del genere nel nostro Paese, è chiaro che occorre ponderare verso i potenti e i signor nessuno lo stesso metro, sia per quanto riguarda le intercettazioni, sia per le sospensioni “sine die” dei processi, non lasciandosi condizionare da sentimenti pregiudiziali, “sine ira ac studio”, di rivalsa, di invidia, di vendetta, di ossesione persecutoria verso gli imputati e/o verso gli avvocati di parte, che non è previsto dai nostri codici possano predisporre una sentenza o un quadro che sarebbe la proiezione processuale di una realtà spesso assai distante, con il giudice “imboscato” e latitante, tacciabile di ignavia e compilatore di una motivazione alla bisogna, per non nuocere e urtare la suscettibilità di alcuno.
Francesco Attolico
(Presidente Democrazia Sociale Euromediterranea Puglia)
attolico.dsepuglia@tele2.it
LENTA MALAGIUSTIZIA E INDIPENDENZA DALL’ESECUTIVO.
Dubitiamo fortemente che nel nostro paese attecchisca la civiltà del ricorso contro la lungaggine dei processi, lesa maestà alla persona del giudice.Di Francesco Attolico

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