All’ottavo settembre consecutivo di crisi, l’Italia cammina ancora sul filo: recessione in agguato, crescita scarsa, deflazione, occupazione in altalena. E’ lo scenario nel quale il Governo sta preparando la legge di stabilità, mentre gira la parola d’ordine, consueta in questi casi, “giù le tasse”, con qualche prudente mormorio del ministro dell’economia, che ha già escluso ritocchi Irpef.
Il problema è che l’Italia non cresce da almeno un quarto di secolo, e che ogni volta le previsioni non sono confermate: l’anno scorso, di questi tempi, si contava su un +1,6. Poi, ci fu la correzione all’1,2%. Ora, si parla di un +0,7, ma i soli effetti della politica monetaria espansiva di Draghi sono valutati in mezzo punto di Pil. L’effetto reale di tanti interventi sarà solo dello 0,2%?
Dal giorno in cui Matteo Renzi strappò il campanello di Palazzo Chigi dalle mani di Enrico Letta per poter, si disse allora, cavalcare l’imminente ripresa, i numeri sono restati impietosi. Secondo laVoce.info, fatto 100 il Pil di allora, siamo oggi al 100,1, mentre i Paesi UE sono al 103,3: 2,2 punti in più. Cresce solo il debito, al ritmo di 4,7 miliardi mese (quasi sette volte più del prodotto).
D’altra parte, le percentuali si fanno con un numeratore e un denominatore e se quest’ultimo è fermo, resta qualcosa di scoperto, purtroppo facile da calcolare, perché ogni anno dobbiamo cancellare l’automatismo dell’aumento Iva e accise, che per il 2017, vale quasi 15 miliardi.
Secondo la teoria del bicchiere mezzo pieno è pur vero che quanto meno le tasse non sono aumentate e le spese sono ferme. Secondo l’economista Fortis la spesa – tra il quarto trimestre 2014 e il primo trimestre del 2016 – è cresciuta di soli 7,2 milioni (si badi: milioni), mentre la Germania l’ha aumentata di 4,5 miliardi, la Spagna di 2,3, la Francia di 2,2. Dunque, se il nostro problema di scarsa serietà è la spesa, Padoan è stato il più austero, tenendola ferma, ma (bicchiere mezzo vuoto) spendere fa crescere il Pil e quei Paesi infatti, tranne la Francia, viaggiano meglio di noi.
Negli ultimi anni, si è lavorato sulla domanda, puntando cioè sulla crescita dei consumi. Ora, bisogna puntare in modo (molto) innovativo sull’offerta. Giusto tagliare la tassazione delle imprese, giustissimo il superammortamento al 140%. Sono prove di coraggio di questo Governo, così come lo è stata la legislazione sul lavoro.
Ma ci vuole un vero e proprio choc, per rianimare gli animal spirits di un’imprenditoria che ha i suoi torti, ad esempio quando non coglie l’occasione del credito tanto disponibile, ma va sostenuta, perché l’Italia è un Paese industriale, e non può sopportare a lungo una perdita del 20/30%. Il settore dell’edilizia ha bisogno di una grande spinta, a cominciare dal tener conto fiscalmente del fatto che il deprezzamento degli immobili non regge una tassazione da tempi felici. E c’è bisogno di opere che raddoppino gli investimenti pubblici, oltre che di ricerca, innovazione, attrazione, digitalizzazione.
A proposito di choc, l’economista Riccardo Gallo suggerisce ad esempio di consentire di utilizzare anche totalmente l’ammortamento, ben oltre il 140%, abbattendo drasticamente l’imponibile nel primo anno e incoraggiando gli investimenti. Ci sarebbe anche un vantaggio culturale di stampo liberale: perché mai deve essere lo Stato a stabilire in quanto tempo chi rischia soldi propri può ricostruire il capitale?
E’ solo un esempio per dire che senza coraggio non si esce dalla palude, e la legge di stabilità non è banale contabilità. Bisogna scegliere, sapendo che i costi sono alti: 5 miliardi anno per i terremoti futuri, ultima novità, 3 miliardi per le pensioni, 1,2 per i contratti pubblici, 3 per gli sgravi Ires, 2 per le decontribuzioni e via aggiungendo, senza scordare i 15 per l’Iva da tener ferma. Conto finale? Una manovra che richiederebbe spostamenti per quasi 30 miliardi, troppi. E allora, magica parola: la flessibilità europea. Concessa quest’anno, una tantum, per 16 miliardi, avremmo bisogno per il prossimo di uno 0,6 di deficit in più, circa 10 miliardi.
Difficile, ma a Bruxelles, dopo Brexit, hanno paura dei referendum, ed è l’economia il terreno decisivo per Renzi.
Beppe Facchetti

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