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Legge anti-delocalizzazioni: le fake news sul modello francese

È davvero bizzarro che il Ministro del Lavoro stia spingendo con tanta forza per una norma che, nel paese a cui egli stesso si ispira, è stata bocciata perché eccessiva, punitiva e inefficace.

di Redazione Pensalibero.it | 30 Agosto 2021

Nei prossimi giorni il Consiglio dei Ministri dovrebbe esaminare lo schema di decreto anti-delocalizzazioni, predisposto dal Ministro del Lavoro, Andrea Orlando, assieme alla Sottosegretaria allo Sviluppo economico, Alessandra Todde. La norma sarebbe ispirata a un’analoga legge francese del 2014, la cosiddetta loi Florange. C’è un solo problema: quel provvedimento è stato in gran parte rigettato dal Consiglio Costituzionale transalpino e, nei fatti, è inutile.

La legge porta il nome del comune francese dove ha sede uno stabilimento di ArcelorMittal, che negli anni scorsi è stato interessato da un cospicuo processo di ridimensionamento. Durante la campagna per le elezioni presidenziali del 2012, l’allora candidato (e poi presidente) François Hollande aveva promesso di scongiurare la ristrutturazione aziendale. Una volta eletto non fu in grado di mantenere l’impegno: da qui nacque una vasta mobilitazione per ottenere misure drastiche contro le imprese che minacciavano di spostare altrove le loro produzioni. Fu così che, all’inizio del 2014, il Parlamento diede il via libera alla norma che ha ispirato Orlando. La legge prevedeva che le imprese con più di mille dipendenti, prima di avviare procedure di licenziamento collettivo, si impegnassero nella ricerca di un acquirente per garantire la continuità produttiva dei loro siti industriali, motivando eventuali rifiuti. In caso contrario, erano previste sanzioni fino a 20 volte il salario minimo per ogni occupato, con un tetto del 2 per cento del fatturato (oltre alla facoltà per il Governo di chiedere la restituzione degli eventuali sussidi ricevuti nel biennio precedente). I giudici costituzionali francesi hanno però fatto cadere una parte cruciale della legge, quella secondo cui l’impresa era obbligata ad accettare le offerte d’acquisto prima di cessare le operazioni, a meno che non compromessero la continuità della produzione stessa. Di fatto, dunque, della loi Florange rimangono solo alcuni scarni obblighi informativi e la possibilità di chiedere indietro gli eventuali sussidi ricevuti, tanto che viene comunemente considerata un fiasco.

È davvero bizzarro che il Ministro del Lavoro stia spingendo con tanta forza per una norma che, nel paese a cui egli stesso si ispira, è stata bocciata perché eccessiva, punitiva e inefficace. Non c’è alcuna ragione al mondo per pensare che le cose, in Italia, andrebbero altrimenti; né che anche nel nostro paese la legge non potrebbe essere censurata sotto quegli stessi profili di tutela della libertà di impresa che ne hanno determinato la bocciatura oltralpe. Perfino la parte meno controversa della norma, relativa alla restituzione degli aiuti di Stato in caso di chiusura – se limitata ai sussidi specificamente finalizzati a creare o mantenere occupazione – rischia di fare acqua. Da un lato, infatti, è già prevista non solo dal Decreto Dignità, ma spesso anche dai bandi con cui gli aiuti vengono erogati. Dall’altro, non ci vuole molto ad aggirare i vincoli attraverso appostazioni contabili che facciano emergere squilibri patrimoniali, magari anticipando l’iscrizione di poste negative. Infine, e  più importante, la questione non riguarda solo l’opportunismo delle multinazionali (che c’è) ma il pessimo disegno degli incentivi e, ancor più, l’idea che il potenziale di crescita del Pil nel lungo termine sia figlio della spesa pubblica.

Il Ministro Orlando dovrebbe guardarsi allo specchio e prendere atto della realtà: non è coi sussidi che si crea buona occupazione, e non è chiedendoli indietro che si restituiscono al paese le opportunità distrutte dall’eccesso di tasse e di regolamentazione che, anzi, proprio leggi come questa rischiano di esacerbare.

Leggi sul sito dell’Istituto Bruno Leoni.

Istituto Bruno Leoni

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: andrea orlando, anni, consiglio dei ministri, elezioni, figlio, governo, italia, lavoro, misure, mondo, parlamento, processo, rifiuti, spesa pubblica, stia, sussidi, sviluppo, tasse

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