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L’effetto Trump e oltre

Le elezioni americane sono state sopratutto un referendum sull’economia e Trump ha capito che quella americana è un disastro. Le élites non l’hanno capito perché, come tutte le élites vivono in un sistema creato da loro e unicamente per loro e tendono a vedere gli eventi che le sconfessano come aberrazioni populiste e non come sintomi del male fatale da esse stesse prodotto. Ma riuscirà Trump a far ritornare l’America grande?

di Gerardo Coco | 6 Novembre 2016

Le ultime elezioni americane passeranno alla storia per due motivi: il feroce attacco sferrato dal potere oligarchico statunitense a un candidato e la vittoria dello stesso candidato senza l’appoggio del suo partito. Nel passato era indifferente se chi vinceva le elezioni appartenesse al partito repubblicano o democratico perché il potere riusciva a controllare entrambi i candidati. Ma non era mai accaduto che un outsider minacciasse il sistema con parole incendiarie che rimarranno famose: L’establishment politico di Washington e chi lo finanzia esiste solo per un motivo: proteggere e arricchire se stesso…La nostra campagna rappresenta una minaccia esistenziale mai vista prima d’ora..Questa non è semplicemente una sfida elettorale, siamo a un crocevia della storia della nostra civiltà dove si determinerà se il popolo riprenderà il controllo sul governo..L’establishment che tenta di fermarci è quello stesso responsabile della disastrosa politica economica ed estera… Questa è la lotta per la sopravvivenza del nostro paese e l’elezione deciderà se diventeremo una nazione libera o illusa di esserlo mentre siamo guidati da interessi specifici e lobbistici.

Chi sono gli oligarchi? Coloro che a Washington hanno il controllo della politica economica ed estera, i militari, i think tank,  gruppi di pressione, i media, le mega banche troppo grandi per fallire e la Federal Reserve che ha indirettamente finanziato tutti quelli che hanno sostenuto Hillary Clinton, quella che dopo Obama, doveva diventare la nuova garante dello status quo. Così gli oligarchi, democratici e repubblicani, hanno ordito un piano per scippare le elezioni al candidato sovversivo. Gli oligarchi fanno parte del famoso Un per Centorappresentato da Hillary Clinton esponente anche di quella ideologia espansionistica che voleva guidare gli Stati Uniti e i suoi vassalli verso il conflitto con la Russia e la Cina a costo di scatenare una terza guerra mondiale. L’opzione atomica è sul tavolo aveva detto Hillary, chiamando Putin il nuovo Hitler. Meritatasi l’appellativo di “regina della corruzione”, ha all’attivo una lunga lista di scandali, dai fatti di Bengasi, alla destabilizzazione della Libia, dalla violazione dei protocolli di sicurezza nazionale, ai fondi raccolti dalla famigerata Clinton Foundation, destinati ad Haiti ma finiti nelle sue tasche e di quelle del marito e che sono serviti pure a pagare i 3 milioni di dollari del matrimonio della figlia Chelsea. Forse il fatto più grave è aver ricevuto fondi dagli stessi paesi finanziatori dell’Isis, Arabia Saudita e Quatar. Eppure i manifestanti anti Trump si rammaricano che questo soggetto criminale, accreditato dai mezzi di informazione corrotti, non sia diventata la rappresentante ideale e qualificato di We the People.

Per fortuna ha perso e non solo lei. Hanno perso il suo partito che non ha più il controllo del senato, i mezzi di informazione concentrati in poche mani, immuni, chissà perché, dalla severa legge antitrust e a cui l’oligarchia aveva ordinato di distruggere mediaticamente Trump. Hanno perso le società di sondaggi trasformatisi in insidiosa propaganda finalizzata a indirizzare le masse nella direzione voluta o a scoraggiare gli elettori dal votare. Hanno perso economisti, accademici, intellettuali, opinionisti, insomma tutte le eleganti teste vuote sovietico- harwardiane che ispirano la politica statunitense.

Chi ha vinto, al momento, è stata la classe lavoratrice che ha dato il mandato politico a Trump quasi attraverso un urlo: Per favore liberaci da questi corrotti al potere che continuano a rapinarci. Otto anni prima Obama aveva lo stesso mandato ma ha tradito i suoi elettori diventando l’esponente dello status quo voluto dagli oligarchi.

L’elezione è stata sopratutto un referendum sull’economia e Trump ha capito che quella americana è un disastro. Le élites non l’hanno capito perché, come tutte le élites vivono in un sistema creato da loro e unicamente per loro e tendono a vedere gli eventi che le sconfessano come aberrazioni populiste e non come sintomi del male fatale da esse stesse prodotto. Invece di prendere atto dei problemi reali demonizzano pure le vittime della loro corruzione delegittimandone le proteste per liberarsi della responsabilità di capirle e affrontare. Così è accaduto per la Brexit e questo Trump lo ha afferrato in pieno.

Tuttavia la sua vittoria non significa che gli Stati Uniti siano sulla strada del vero cambiamento. Trump ha avuto la perspicacia di interpretare le paure e le speranze dell’elettorato ma che abbia il coraggio e la forza di fare ciò che ha promesso per fare ritornare grande l’America è tutto da vedere. Le sfide che deve affrontare sono immense e non deve dimenticare che se ha sconfitto Hillary non ha eliminato l’oligarchia che come l’Idra mitologica ha numerose teste e se ne tagli una ne rispuntano due.

Se Trump mantiene le promesse in politica estera, dovremmo aspettarci la fine del conflitto orchestrato da Washington contro la Russia, la rimozione dei missili al confine con la Polonia e la Romania, la fine del conflitto in Ucraina, la fine dei tentativi di rovesciare il governo siriano e la fine dell’ossessivo Assad must go della coppia Obama/Clinton. Ma questo progetto implica uno scontro con il potere militare statunitense a cui la Clinton aveva promesso un budget di un trilione di dollari per mantenere l’impero d’oltremare e ricreare la minaccia russa per rinfocolare la guerra fredda. Trump ha affermato che, dopo 25 anni dal collasso della Russia sovietica, non esistono più i presupposti di una Nato. Il suo smantellamento significherebbe la definitiva cessazione dell’ostilità verso la Russia e un mutamento epocale nella politica con gli stati vassalli europei i quali a loro volta dovrebbero radicalmente cambiare la loro politica estera. Tutto questo sarà possibile?

Per quanto riguarda l’economia le sfide non sono da meno ma in questo campo le sue idee sono molto meno chiare. Mentre potrà facilmente smantellare la famigerata Obamacare che ha messo in ginocchio migliaia di piccole e medie aziende, non si capisce come voglia affrontare il problema del debito pubblico completamente fuori controllo e ridurre le tasse. Perché se Trump vuole mandare ad effetto un gigantesco piano infrastrutturale per rilanciare l’economia da dove proverranno i soldi per attuarlo e per finanziare allo stesso tempo la riduzione delle tasse?  L’operazione riuscì a Ronald Reagan negli anni ’80, ma allora gli Stati Uniti erano il più grande creditore mondiale e il debito era il 50% del Pil e si trovavano creditori per finanziare il deficit emettendo bond a lungo termine con il 14% di interesse mentre l’inflazione era del 5%. Ma oggi gli Stati Uniti sono il più grande debitore e il debito è il 105% del Pil. Chi acquista bond a lungo termine con un rendimento del 2% (dieci anni) e del 3% (trentanni) quando il mercato in questi giorni sta già anticipando, con il crollo dei bond e l’aumento dei tassi, il ritorno dell’inflazione? Com’è possibile, in questo contesto, aumentare in modo massiccio la spesa e ridurre le tasse quando è già problematico pagare l’attuale servizio del debito? Trump può riuscirci solo facendo un patto col diavolo, cioè richiedendo alla Federal Reserve che aveva dichiarato di voler riformare, di monetizzare il deficit. Ed è quello che secondo noi accadrà perché è impossibile aumentare la spesa e ridurre le tasse senza l’accomodamento della banca centrale. Ma accadrà, anche, che il deficit esploderà provocando il collasso del dollaro e un’inflazione incontrollabile che sfocerà in una crisi valutaria. Si dovrà passare per la latino-americanizzazione degli Stati Uniti che porterà ad una crisi acuta solo dopo la quale l’America potrà rinascere. Trump avrebbe dovuto dichiarare lo stato di emergenza. Ma non lo ha fatto perché l’elettorato non è mai preparato ai sacrifici necessari al drastico cambiamento o ad accettare il fatto che prima di stare meglio dovrà stare molto peggio. Per tale motivo chi vuol farsi eleggere fa promesse assicurando di avere soluzioni pronte. Ma queste non esistono, specialmente dopo anni di accumulazione di deficit e di bolle finanziare. Comunque meglio un Trump a gestire la crisi che verrà piuttosto che una Clinton che per uscirne non avrebbe scrupoli nello scatenare una terza guerra mondiale.

Gerardo Coco

 

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, banca centrale, banche, cina, Clinton, crisi, debito pubblico, Democratici, dichiarato, elezioni, elezioni americane, emergenza, federal reserve, governo, guerra mondiale, hillary clinton, informazione, libia, mercato, nato, nazione, obama, presidente Usa, Repubblicani, Trump

Info Gerardo Coco

Laureato in economia all’Università Bocconi di Milano ha proseguito gli studi economici e finanziari al Politecnico di Huddersfield (UK). Ha una vasta esperienza in economia internazionale. Ha lavorato per diverse multinazionali in posizioni di responsabilità e ha costituito negli Stati Uniti una fondazione riconosciuta dalle Nazioni Unite per lo sviluppo economico nei paesi emergenti. Ha tenuto conferenze sullo sviluppo alla Columbia University di N.Y. al MIT di Boston e alle Nazioni Unite. E consulente industriale e membro del comitato scientifico dell’università Unimeier di Milano dove insegna di economia e finanza.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Orazio Covolo

    15 Novembre 2016 alle 22:42

    Per la seconda volta mi avete bannato…
    Grazie.
    La prima poteva essere credibile, la seconda no!

    Rispondi
    • Redazione

      17 Novembre 2016 alle 09:17

      La cosa bella di questo sito è che i commenti sono liberi, il filtro avviene esclusivamente se nel contenuto del commento è presente un collegamento web, questo per evitare il propagarsi di SPAM. A me non risulta nessun commento precedente, forse non le è mai partito. Buona giornata, Claudio Tirinnanzi

      Rispondi
  2. Marzio Siracusa

    15 Novembre 2016 alle 09:32

    La vittoria del destrone Trump sarà l’occasione per la sinistra europea di sbarazzarsi davvero della feccia “politically correct” annidata al suo interno in ogni pertugio del parassitismo mediatico? Come sempre la battaglia è culturale, e non nutro molte speranze perché occorre il coraggio di capire che il ciclone Trump non interrompe solo il 1989, ma può aiutare a interrompere l’ordinamento mondiale del 1945, Il secondo dopoguerra deve davvero finire a tutti i livelli, e qua occorrono vere nuove generazioni di pensiero che non abbiano subito il plagio di questi settanta anni. E qua si rivela la vecchiaia d’un Renzi e dei suoi, che avverto già come figurette patetiche del tempo che fu.

    Rispondi
  3. Giampaolo

    14 Novembre 2016 alle 10:18

    M’è piaciuta molto la franchezza con cui esprime i concetti. Complimenti.

    Rispondi
  4. Paolo Francia

    14 Novembre 2016 alle 08:20

    pezzo ineccepibile che spiega, senza peli sulla lingua, la realtà del mondo.

    Rispondi

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