Solo sessant’anni fa, i libri di testo della scuola dell’obbligo insegnavano ai bambini che l’Italia era un Paese a prevalente economia agricola. Ai nostri giorni importano tutto.
La situazione del nostro Paese, al di là della questione economica del momento e dell’errore di aver
adottato l’euro a partire dal 1° gennaio 2002, ci pone un problema di tipo strutturale da affrontare.
Solo sessant’anni fa, i libri di testo della scuola dell’obbligo insegnavano ai bambini che l’Italia era
un Paese a prevalente economia agricola. Nella maggior parte degli ottomila comuni italiani,
l’aspetto positivo era rappresentato dal fatto che le nostre comunità vivevano autonomamente,
nutrendosi dei prodotti della propria terra. Tutto a chilometro zero. I paesi più o meno grandi,
vivevano con le derrate alimentari che si producevano sul posto. Agricoltura unita all’allevamento
di bestiame, per il fabbisogno familiare o per la rivendita. Da fuori, dalla città arrivava solo lo
zucchero, il caffe’, il sale e la pasta cosiddetta comprata (ma i più, i maccheroni li facevano in
casa). Per contro, gli agricoltori dell’Italia rurale esportavano, vendevano ai cittadini i prodotti
eccedenti il fabbisogno familiare (vino, olio, grano, verdura e frutta).
Ai nostri giorni importano tutto. L’economia che abbiamo descritto era di sopravvivenza; ma aveva
il vantaggio di non pesare sullo Stato. Migliaia di comuni, che costituivano una ricchezza per
l’economia del Paese, ora sono diventati un peso. I comuni rurali sono popolati da anziani che con
le loro pensioni mantengono i figli rimasti in paese disoccupati (non vogliono fare gli agricoltori),
mentre molti sbagliandosono andati ad ingrossare le città, finendo nel terziario. Negli anni ’60
inizia l’emigrazione verso il Nord Italia ed Europa. Il Meridione, anche per merito della tanto
discussa Cassa per il Mezzogiorno, conosce l’avvio di un processo di industrializzazione, che
inizialmente fa bene al Sud fino al momento in cui la crisi e la mancanza di infrastrutture hanno
fatto fallire il progetto. Come risultato negativo, ci sono industrie finite in mano alla malavita ed
interi quartieri industriali abbandonati. Negli anni ’70 inizia il rigonfiamento dello stato sociale,
con pensioni distribuite a pioggia, anche a chi non aveva mai lavorato, mentre fino alla fine degli
anni ’50 non c’era neppure l’assistenza medica gratuita. Chi si ammalava e non aveva soldi, doveva
vendersi la casa per curarsi oppure indebitarsi. Negli anni ’80, la spesa pubblica subisce
un’impennata, per effetto delle pensioni, dei medicinali che prima dell’istituzione del ticket si
buttavano via, ed anzitutto per colpa delle Regioni, entrate in vigore nel precedente decennio, con
la conseguenza di far impazzire il debito pubblico. Negli anni ’60 il nostro Paese aveva raggiunto
un equilibrio, fra la sopravvivenza degli anni ’50 e l’opulenza degli sprechi. Il grosso danno, che
questi ultimi 40anni di ordinaria follia hanno prodotto, è rappresentato dall’abbandono
dell’agricoltura, dei campi e delle zone rurali; con pesanti ripercussioni anche sull’ambiente, che
non è più governato dalla presenza dell’uomo. Ne conseguono straripamenti di corsi d’acqua e
frane. La verità dei nostri giorni è che c’è sempre più gente che mangia i prodotti della terra, e
sempre meno persone che la coltivano. Con il risultato della perdita di potere di acquisto dello
stipendio, perché le zucchine, i pomodori… sono sempre più cari, mentre lo stipendio rimane lo
stesso. Importiamo i limoni dall’Argentina, l’insalata dall’Olanda… Ma ci rendiamo conto del
paradosso? Eravamo un Paese a prevalente economia agricola; ora i più sono impiegati nel
terziario, che non produce nulla, mentre assistiamo anche a un processo di deindustrializzazione.
Tutto questo disastro ha fatto crescere il debito pubblico fino al 135 per cento del pil, a 2.200
miliardi di euro. Un debito tale che impedisce ai nostri governanti di poter fare investimenti. Nei
piccoli centri, nella maggior parte di essi, non c’è più agricoltura, ma solo persone che vivono con
le pensioni, come gli indiani nella riserva; è il risultato di uno stato sociale dissennato, di spreco
della nostra ricchezza.

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