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Quando (le migliori) ci guardano

Penso alle mamme fondatrici. Ma immagino anche le nostre nonne mignotte. Quelle schedate con licenza “al meretricio” e chiuse nei postriboli di stato, per categoria e tariffa. Non più donne, ma oggetti.

di Florenza Carsi | 26 Febbraio 2018

Due volte orfana, prima del padre naturale (a quattro anni) e poi di quello adottivo (a tredici). Figlia di una madre mondana, spiritosa e ricchissima (grandemente gaudente) che le ha fatto scoprire il mondo. Una di quelle che ti portano sull’ottovolante. Poi, lei, giovane ricca ereditieria, sposa infelice, separata, ragazza madre con decine di storie e amori, sperimentazioni (chissà, anche saffiche). Intellettuale (la prima italiana direttrice di giornale), idealista e rivoltosa. Dalla ricchezza alla fuga, esule e tallonata dalla polizia (senza un duino, campando di cipolle) e poi eccola tra le fucilate in difesa della Repubblica Romana. Un libro non basterebbe a raccontare una delle nostre mamme della patria. Parlo della più grande rivoluzionaria e ricercata del nostro Risorgimento.

Noi donne forse abbiamo poche carte da giocare, ma (cazzarola) quelle che giochiamo sono carichi davvero pesanti.

E come lei, senza quei ricchi natali ma con altrettanto coraggio, ecco una ragazzina che per idee e per amore si imbarca in ogni battaglia, rivolta, lotta e rilotta. Una che per sogni e sentimenti combatte, fugge e viene braccata anche lei per mezza Europa. Un’altra delle nostre mamme della patria. Oppure la spia, bellissima, provocante, cinica. Ogni tanto mi definisco mignotta ma di fronte a lei… che dire. Parlo di quella che in missione per conto della patria l’ha data così di santa ragione a Napoleone III, da stremarlo e convertirlo alla causa dell’unità d’Italia.

Cos’hanno in comune, a parte il fatto di essere state libere e coraggiose? Beh, non hanno mai potuto votare e sono morte senza un grazie.

Le volte in cui – come stamattina – assito clienti nelle loro rivoluzioni industriali, mi chiedo sempre cosa ne avrebbe pensato il fondatore dell’azienda. È lo stesso quando osservo mia madre risistemare la casa di campagna: immagino i commenti del nonno. Faccio così anche ad ogni grande evento nazionale: penso alle mamme fondatrici. Penso a loro e mi sento quella stupida ragione per la quale ogni nonna ha fatto ciò che ha fatto. E non parlo solo delle tre mamme d’Italia che ho preso a simbolo. Ma immagino anche le nostre nonne mignotte, quelle chiuse in un bordello. Quelle schedate con licenza “al meretricio” e chiuse nei postriboli di stato, per categoria e tariffa. Non più donne, ma oggetti.

Per questo, quando mi penso italiana, mi sento guardata da tutte loro. Guardata da queste meravigliose nonne e quelle che sono venute dopo, grazie alle quali abbiamo diritti e libertà. So bene che aspettano (da me, da noi) qualcosa di più. So che urlano per ogni femminicidio, per ogni conquista mancata, per ogni ingiustizia subita. Per ogni volta che il nostro (loro) paese fa un passo indietro.

Ho sognato (e scritto in un e-book sgangherato) d’aver avuto a che fare con Cristina di Belgioioso, perfino baciata con passione quand’era direttrice del suo giornale a Parigi (bella fantasia!). Mi sono immaginata anche un’amicizia con la meravigliosa Rose Montmasson e due chiacchiere con un (suo) padre inventato, mite barista a Malpensa Aeroporto. Tutto prima che si travestisse (veramente) per imbarcarsi con i Mille di Garibaldi. Prima che si battesse a fianco del suo amore Francesco Crispi e prima che lui, una volta diventato famoso, l’abbandonasse da sola, a se stessa. Un giorno scriverò anche di una come Virginia Oldoini, la Contessa di Castiglione, a cui in fondo potrei pure assomigliare per il gusto d’irretire, disturbare e sedurre, se non fosse che lei (la spia) l’ha data anche per la patria (io per meno).

Ecco, pensando a loro tre e alle altre, viene spiegata tutta la cronica insofferenza che molte donne hanno verso i pallonari (vecchi o ragazzini) e verso quelli che ricordano i “nazisti dell’Illinois”.

Detto ciò, viaggerò in treno in direzione Firenze.
In questi giorni sono stata brava? Certo che no. Ma sono sicura che quelle gran ganze delle nonne su questo non avrebbero problemi: hanno fatto molto di più, molto meglio, molto peggio.

Avanti… e poi… beh… sempre e solo: viva l’Italia!

Pubblicato in : Editoriale, Florenza CarsiTag: anni, battaglia, bordello, europa, firenze, garibaldi, mondo, parigi, polizia, repubblica, risorgimento, sposa, treno

Info Florenza Carsi

Florenza Carsi, libero professionista. Cura un proprio blog sul social Facebook

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