Lombardi ci ha insegnato che il compito della sinistra è quello di analizzare la mutevole realtà ed essere capace di individuare in tali dinamiche le opportunità.

Ma sono cambiati anche profondamente l’assetto e le caratteristiche del capitalismo occidentale, l’humus valoriale, l’organizzazione sociale ed il sistema dei poteri che ne garantivano la stabilità. È cresciuta la democrazia, come condizione storicamente vitale del divenire dell’organismo sociale, e si è rafforzata l’interdipendenza come valore fondamentale, che dà significato e verità al processo di globalizzazione. Ma le domande che impegnavano Riccardo Lombardi non soltanto hanno assunto maggiore forza e vitalità, ma sono diventate indispensabili premesse dalle quali partire per ogni seria riflessione strategica.
Oggi ha ancora senso interrogarsi su cosa sia il socialismo e su quali siano i paradigmi ideali della sinistra in uno stato democratico avanzato, nonché il suo rapporto con quello che dovrebbe esserne il primo referente sociale, vale a dire il mondo del lavoro?
Sono domande che hanno assunto nel nostro tempo un’importanza essenziale. Ci troviamo di fronte, in questo momento, ad una svolta che possiamo, senza enfasi, definire di carattere epocale in ogni settore della vita collettiva e nel sistema delle relazioni internazionali, soprattutto in riferimento all’economia ed ai processi di democratizzazione in corso.
Lombardi ci ha insegnato che il compito della sinistra è quello di analizzare la mutevole realtà ed essere capace di individuare in tali dinamiche le opportunità, certo non meccaniche, affinché gli ideali fondanti dell’esperienza socialista si concretizzino in proposte politiche di un ampio fronte di forze progressiste e riformatrici. Ed in questa visione egli non riteneva certo di escludere per definizione le espressioni del potere capitalistico italiano, almeno di quella parte più avanzata che proprio sul versante dell’ammodernamento del paese poteva rappresentare un compagno di viaggio, contingente ma essenziale. Ciò perché non sfuggivano a Lombardi nemmeno le grandi difficoltà che si potevano incontrare anche solo per attuare le riforme di “semplice” razionalizzazione del sistema. Così come, peraltro, sul fronte opposto, egli non pensava che il capitalismo di stato, a partire da quello affermatosi oltrecortina, potesse essere immune dagli stessi difetti di qualità del capitalismo nostrano.
Era da una analisi di queste dinamiche, se innescate correttamente e, soprattutto, per tempo – non dopo che gli interessi si fossero consolidati – che il percorso per una partecipazione, con uno specifico socialista, nella responsabilità politica di governo poteva e doveva manifestarsi. È in questo rapporto tra i tempi della proposta politica e le condizioni strutturali della società e del ciclo economico che si evidenzia un Lombardi tutt’altro che utopista, guardando ai problemi della sinistra di oggi dinanzi alla crisi.
Questa posizione e la capacità di discernere i momenti di compromesso necessari ed opportuni nasceva in Lombardi con riferimento alla grande esperienza dell’elaborazione della Carta costituzionale. Un testo da difendere, ma anche, e proprio per questo, un’esperienza politica che non poteva essere confinata nell’occasionalità, pena la stessa svalutazione di quella Carta.
Tutto questo nel pieno del dibattito politico, non come ipotesi teorica, non sulla base di modelli ideali preconfezionati a tavolino. Lombardi non ebbe e non volle mai avere pretese ideologiche pur conoscendo perfettamente la “letteratura” passata e il dibattito internazionale. Ogni suo scritto o, meglio, ogni suo intervento a braccio, dato che non pensava nemmeno che i suoi scritti avessero un valore d’archivio, per lui era una congerie di ragionamenti, analisi e proposte che andavano discussi e valutati in quel momento. I problemi di domani potevano essere altri. Quello che rimaneva costante era il metodo. Il metodo antidogmatico, che anche quando utilizzava le categorie del marxismo, lo faceva reinterpretandole attraverso una critica marxiana allo stesso Marx, attitudine peraltro coerente con la fase più “adulta” del pensiero del filosofo di Treviri.
Ecco perché le sue riflessioni su una sinistra socialista “alternativa” possono essere ancora oggi la bussola per un’area riformista che si deve costruire, come insegnatoci dal “siciliano di ferro”, senza accodarsi a modelli ideali preconfezionati a tavolino ma soprattutto senza motivazioni opportuniste e contingenti.

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