l’atto delle dimissioni di Benedetto XVI restituisce la materia della religione all’ottica umana della ragione, sottraendola all’ottica presunta divina della fede.

Il cardinale Ratzinger viene nominato prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, dal predecessore al pontificato, Giovanni Paolo II, in data 25.11.1981; rimanendo in carica fino all’elevazione al soglio papale deliberata con l’esito del IV scrutinio del conclave, il 19.4.2005. Il cardinale tedesco esercita dunque per ben oltre un ventennio il ruolo di custode dell’ortodossia cattolica. Brevemente, l’istituzione della Congregazione per la Dottrina della Fede risale al 1542 ad opera del pontefice Paolo III, allo scopo di vigilare sulle questioni di fede e impedire la formazione di eresie. Significativo è il fatto che la nuova Istituzione prenda il posto della vecchia istituzione medievale meglio nota come Inquisizione.
Il 12 settembre 2006, Benedetto XVI tiene quella che potremmo anche definire una lectio magistralis presso l’Università di Ratisbona sul rapporto tra fede e ragione. Come quasi tutti ben sanno, l’intervento provocherà forti contrasti; non solo dal punto di vista culturale e religioso, soprattutto con il mondo islamico. Nel discorso, il Professor Ratzinger parte da un assioma – termine il cui uso è fatto di proposito da parte mia, perché in contrasto con la dimostrazione godeliana (1931) dell’incompletezza di ogni sistema assiomatico -, l’assioma del Professore è: agire contro la ragione è in contraddizione con la natura di Dio.
Nello sviluppo del discorso, Benedetto XVI sostiene, seguendo la lettura di Giovanni, il quarto evangelista, che in principio è il logos e il logos è Dio, aggiungendo subito dopo che “la fede biblica, durante l’epoca ellenistica, andava interiormente incontro alla parte migliore del pensiero greco”, e quindi, in sintesi, concludere che nel tardo Medioevo “si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano”, al punto che “la fede della Chiesa” si è spinta ad un punto tale che tuttavia, sempre a giudizio del teologo tedesco, non può e non deve consentirle di “abolire l’analogia e il suo linguaggio. Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore”.
E’ di tutta evidenza che, così argomentando, il Sommo Pontefice e Custode dell’ortodossia cattolica manifesta nell’occasione, ancora una volta di più, il rifiuto suo e della Chiesa di Roma nei confronti della Modernità.
Ovvero, di un’era, di un’epoca della Storia che, per quanto concerne la religione, prima che la cultura in genere, inizia con la Riforma protestante del XVI secolo. Quella stessa, la quale era partita da un ben altro rifiuto, sul piano della scelta esattamente di senso opposto, il rifiuto della ragione e della filosofia; cercando, dice sempre Benedetto XVI nel discorso di Ratisbona, “la pura forza primordiale della fede, come essa è presente originariamente nella Parola biblica”. E il discorso stesso poi prosegue, con una feroce critica negativa al pensiero di Immanuel Kant, riconosciuto unanimemente sul piano filosofico quale primo artefice dell’avvento della Modernità culturale e scientifica. E, in proposito, Benedetto XVI conclude: “Nel sottofondo c’è l’autolimitazione moderna della ragione, espressa in modo classico nelle ‘critiche’ di Kant, nel frattempo però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze naturali”, che dapprima “presuppone la struttura matematica della materia, la sua per così dire razionalità intrinseca”, poi “tratta dell’utilizzabilità funzionale della natura per i nostri scopi, dove solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante l’esperimento fornisce la certezza decisiva”, e in definitiva “esclude il problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o pre-scientifico”.
Rispetto all’evidenza di un tale discorso, a me sembra che l’atto delle dimissioni di Benedetto XVI restituisce la materia della religione all’ottica umana della ragione, sottraendola all’ottica presunta divina della fede; e, in particolare, strappando una diversa lettura di simili e-venti, attraverso i quali Giovanni Paolo II, predecessore al soglio pontificio, aveva ritenuto invece di doversi rimettere alla voluntas Dei, come nell’esempio ricordato anche ieri, senz’altro paradigmatico, del racconto del Nazareno sulla croce. E’ questo, a mio parere, il significato prioritario del supremo gesto delle dimissioni, significato che giace nel sottofondo più profondo della cultura bimillenaria della cristianità.

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