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Le difficoltà della Toscana

L’articolo di Andrea Balestri coglie un punto decisivo: non basta difendere ciò che la Toscana è stata. Occorre decidere cosa vuole diventare.Da economista, credo che oggi il rischio maggiore non sia la deindustrializzazione in sé, ma una progressiva perdita di capacità di adattamento. Le economie non declinano perché cambiano; declinano quando non riescono più a cambiare.

di Daniela Fedi | 18 Luglio 2026

L’articolo di Andrea Balestri coglie un punto decisivo: non basta difendere ciò che la Toscana è stata. Occorre decidere cosa vuole diventare.

Da economista, credo che oggi il rischio maggiore non sia la deindustrializzazione in sé, ma una progressiva perdita di capacità di adattamento. Le economie non declinano perché cambiano; declinano quando non riescono più a cambiare.

Negli ultimi quarant’anni il modello dei distretti industriali ha rappresentato uno straordinario vantaggio competitivo. Ha prodotto benessere, occupazione e qualità diffusa. Ma ogni modello storico ha un ciclo di vita. Oggi competiamo in un mondo nel quale il valore non nasce solo dalla manifattura, ma dalla conoscenza, dai dati, dalla progettazione, dai servizi avanzati, dalla capacità di costruire reti e di attrarre talenti.

Per questo credo che il dibattito sulla politica industriale debba allargarsi ad alcuni grandi asset immateriali che continuano ad essere sottovalutati.

Il primo è la cultura imprenditoriale.

La Toscana è sempre stata ricca di imprenditori, ma meno ricca di cultura d’impresa. Non sono la stessa cosa. Fare impresa oggi significa leggere i cambiamenti geopolitici, comprendere le trasformazioni tecnologiche, costruire organizzazioni capaci di innovare continuamente, investire sulle persone, collaborare con università, centri di ricerca e altre imprese. In una fase storica nella quale tutto accelera, questa cultura non è più un valore aggiunto: è una condizione di sopravvivenza. Non possiamo pensare di affrontare sfide e opportunità dell’intelligenza artificiale, la transizione ecologica e la competizione globale con gli stessi strumenti culturali degli anni Novanta.

Il secondo nodo riguarda la mobilità.

Una regione cresce se idee, persone e merci hanno la possibilità di muoversi in modo efficiente. La Toscana continua invece a pagare un prezzo elevato per infrastrutture spesso insufficienti, collegamenti ferroviari incompleti, trasporto pubblico disomogeneo e connessioni lente tra costa, aree interne e grandi città. La mobilità non è solo una questione di traffico: è una politica industriale. Significa permettere ai giovani di studiare e lavorare senza dover cambiare regione, alle imprese di raggiungere i mercati con costi competitivi, ai professionisti di collaborare senza perdere tempo e opportunità.

Il terzo tema riguarda i giovani.

È probabilmente la più grande contraddizione toscana. Tra i venti e i trent’anni il cervello umano raggiunge il massimo della capacità di apprendimento, creatività, flessibilità cognitiva ed energia progettuale. Eppure è proprio l’età nella quale il nostro sistema tende a lasciare i giovani ai margini, tra tirocini infiniti, precarietà e scarsa fiducia. Li facciamo entrare nei luoghi decisionali quando hanno già perso gli anni migliori per sperimentare, innovare e assumersi rischi. Non è un problema generazionale: è un enorme spreco di capitale umano.

Infine, c’è il tema che forse tiene insieme tutti gli altri: la qualità delle relazioni.

La Toscana possiede eccellenti università, centri di ricerca, imprese, associazioni di categoria, amministrazioni pubbliche e realtà del terzo settore. Quello che spesso manca è la capacità di lavorare davvero insieme. Si continua a ragionare per compartimenti, per appartenenze, per piccoli ecosistemi che dialogano poco tra loro. La co-progettazione dovrebbe diventare il metodo ordinario, non l’eccezione. Le grandi trasformazioni non possono essere affrontate da un singolo attore. Richiedono fiducia reciproca, responsabilità condivise e una visione costruita insieme.

Forse è proprio questa la politica industriale che manca: non soltanto incentivi o nuovi fondi europei, ma un investimento sistematico sulla qualità delle persone, delle relazioni e delle istituzioni.

Perché il vero vantaggio competitivo della Toscana non potrà essere quello di produrre a costi più bassi di altri territori. Dovrà essere quello di pensare meglio, collaborare meglio e innovare più velocemente.

Ed è una sfida che riguarda tutti: imprese, amministrazioni, università, corpi intermedi e cittadini.

Daniela Fedi

(da Solo Riformisti)

Pubblicato in : Editoriale

Info Daniela Fedi

Docente in Scienze giuridiche ed economiche, svolge attività di consulenza di direzione e business coaching.
Formatrice negli ambiti della comunicazione relazionale, della mediazione degli apprendimenti e del potenziamento dei processi cognitivi. Practitioner in PNL e tecnico della Facilitazione esperta, applicatore PAS del Metodo Feuerstein. Master in neuroscienze e pratiche contemplative.
Con la Meridiana Editore ha pubblicato “L’insegnante facilitatore” (2011) e “Insegnare soddisfatti” (2013)

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