Ma i giorni del virus sono più lunghi o più corti di quelli vissuti prima del virus? Quanto tempo ci vuole per fare passare 15 giorni per arrivare al 4 maggio? La risposta razionale sarebbe due settimane ma nei mesi della clausura il tempo razionale non è quello personale, una giornata può essere di 24 ore e quella dopo di 16 e quella successiva di 30 ore. Il tempo cronologico, quello delle calendario pubblico, non è quello emozionale di ognuno di noi, ecco perché può esserci rischio di ansia, disturbi di percezione e via cervellando. Perché i tempi non coincidono con i riti, mancano le vecchie scadenze e i punti di riferimento, dalla messa al bar, dal giretto al tram. Interessante leggere o rileggere Eugène Minkowsky ne “Il tempo vissuto” a proposito di tempo come “astrazione” e tempo degli “stati d’animo”.
Quelle certe invece sono le date clou di questi mesi da virus in Italia. All’inizio fu il 21 febbraio, un venerdì, con il primo allarme per il primo caso di Covid19 in Italia, dalle parti di Codogno. Sembra un secolo, sono passati solo due mesi. Ma già da quasi due mesi sentivamo parlare di Corona Virus in Cina ma ci sembrava lontano, roba asiatica, qualcuno si allarmava per qualche nostro conoscente che abitava là ma ci sentivamo se non sicuri almeno distanti. Ma il virus non conosce confini ed ecco che ha trovato in Italia la prima terra fertile europea. L’Italia ha scoperto che c’era Codogno e gli italiani hanno scoperto il virus in casa, in ospedale, nelle case di riposo, nel negozio. Da lì ogni giorno una storia nuova vecchia tra morti solitarie, carri militari con le bare, ospedali che si sono trasformati in focolai, e l’attesa per i numeri quotidiani a cui affidiamo la speranza della salvezza.
Il mistero di quel che è successo nei primi giorni negli ospedali, e nelle prime settimane nelle case di risposo, il dramma delle nonne e dei nonni morti soprattutto bergamaschi, bresciani, cremonesi sono stati spiegati con le statistiche e le regole terribili della comorbilità ma soprattutto per i figli e nipoti è difficile capire. Perché un conto è la regola della morbilità e un conto è la regola del cuore.
Chissà quale data dovremo aspettare per capire cosa è successo tra le date dell’inizio? Poi è arrivato quel bizzarro sabato notte 7 marzo che ha visto migliaia di persone correre in una stazione per prendere un treno verso sud alle voce di una decreto che chiudeva la Lombardia. Un notte fosca e ambigua. Dice il saggio: la gente accetta la sofferenza ma non l’incertezza. A una fetta del Paese Italia venne un singolare attacco di panico collettivo, una fetta di italiani ebbe il timore di rimanere prigionieri in terra lontana, lontana dalle radici.
Poi venne il decreto che durò tre giorni e poi il 10 marzo il decreto delle distanze sociali delle chiusure e del confinamento. Sino ad oggi sin verso maggio ci pare. Ma a incidere non sono state tanto le date del decreto se non per gli effetti burocratici sui modelli di autodichiarazione, ma le date previste per la chiusura dei provvedimenti, ovviamente e logicamente tutte superate dalla realtà. Ricordo quella domenica 23 febbraio in cui si parlava di chiusura di scuole e università per due settimane, ed ecco che siamo alla chiusura probabile fino a settembre.
Ricordo che qualcuno pensava che in venti giorni l’avremmo “sgamata” e invece come ci ha insegnato la Cina ci vorranno più di 8 settimane se non dieci per arrivare all’inizio della agognata seconda fase. Tutti avevamo segnato il 3 aprile come giorno della liberazione ed invece siamo arrivati al 13 aprile e poi a poche ore dalla nuova scadenza ecco il rinvio inevitabile di tutto al 3 maggio, salvo complicazioni.
Per la scuola si era prevista la data del 18 maggio per vedere se si poteva fare un mese di aule, ma l’aria che tira non depone a favore di questa ipotesi. L’aria che tira ci dice che c’è stato e c’è un problema Milano e Lombardia, che c’è un problema di coordinamento delle scelte e delle azioni e che probabilmente maggio e giugno saranno mesi di sperimentazioni di convivenza tra noi e il virus latente tra noi e gli altri, tra noi e il post virus.
Saranno passate le date storiche del 25 aprile festa della liberazione e 1 maggio festa del lavoro e le avremo festeggiate più interiormente che esteriormente, in attesa di raduni che non saranno più tali. E a cavallo della prossima scadenza del prossimo mese celebreremo una data più nascosta e meno nota delle altre quella del 5 maggio quella della morte di Napoleone, quella della poesia imparata a memoria a scuola, quando si imparava a memoria: “Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal, sospiro stette la spoglia immemore orba di tanto spiro”. Speriamo di poterlo dire presto anche del virus: ei fu.
Fabrizio Binacchi

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