La scelta di Donald Trump di denunciare l’‘inadempienza’ iraniana rispetto alla clausole del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA, alias ‘nuclear deal’) svincolando così gli USA dagli impegni assunti in tale sede apre la porta a una lunga serie di interrogativi la maggior parte dei quali legati alla difficile posizione in cui Washington si è chiusa. Il giudizio favorevole espresso dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) sulla condotta iraniana carica sulle spalle dell’amministrazione il peso di una scelta che secondo parte della stampa statunitense rischia di fare degli USA il vero ‘Stato canaglia’ (rogue state). Allo stesso tempo, tale scelta mette alla luce le fratture che esistono dentro l’amministrazione, con il Segretario di Stato Tillerson (che da qualche settimana appare in rotta con il Presidente) e quello alla difesa Mattis che in più occasioni si sono detti in favore di un accordo che, per quanto imperfetto, resta, per loro, il miglior compromesso oggi ottenibile. Difficilmente l’Europa seguirà Washington nella denuncia di un accordo che costituisce – al momento – il maggior risultato della sua (flebile) diplomazia. Quali sono, quindi, le ragioni di una scelta apparentemente perdente su tutta la linea? Scontata la necessità di andare incontro agli umori di un Congresso e di un’opinione pubblica che nemmeno sul fronte democratico hanno mai digerito appieno i contenuti del JCPOA, la risposta più probabile appare la volontà di usare l’arma della decertificazione come leva per rinegoziare l’accordo a condizioni che l’amministrazione ritenga più favorevoli. Si tratta, tuttavia, di una strategia ‘ad alto rischio’, anche perché ogni revisione del JCPOA richiede il consenso di tutti i firmatari, non ultimo un Iran imbaldanzito dal sostegno che la sua posizione sta ottenendo a livello internazionale.
Gianluca Pastori (lavocemetropolitana.it)

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