(…) I contratti a tempo determinato devono sopravvivere: “Non sono una
categoria sbagliata”. Se una azienda – infatti – ne ha bisogno ha diritto a
utilizzarli. Ma deve però pagare di più“perché la probabilità che quella
persona non trovi posto alla scadenza del termine è più alta”
(Da “Il Sole 24 Ore “ del 15.04.12)

I contratti a termine, oltre ad aver consentito migliaia e migliaia di assunzioni, costituiscono da tempo una opportunità contrattuale controversa, stretta tra un’obiettiva esigenza delle imprese (che graziosamente il Ministro concede di riconoscere) e un mercato del lavoro nel quale, con riferimento alla normativa vigente, è diffuso un loro utilizzo distorto. Lo Stato, non è capace di controllare la correttezza dell’uso di questo strumento e soprattutto occorre dare contropartite rispetto alla manovra sull’art. 18, allora che si fa? Dal momento che servono, aumentiamone il costo, rendiamoli meno appetibili, così chi decide di utilizzarli (si presume) avrà un motivo valido per farlo. La logica, appunto, è andata a farsi benedire ma c’è di peggio: è l’imprenditore a dover pagare lo scotto del ricorso ad uno strumento giuridico – pur lecito – con un aggravio del cuneo fiscale che compensi… le difficoltà del lavoratore successive alla scadenza del contratto.
Che genialata! Per tutelare un ‘posto’ che non c’è, sarà ‘punito’ colui che crea ricchezza e lavoro. Si sta giocando con queste riformette come i bambini fanno con le figurine; ma non cesserà, per questa via, non sarà ridotto d’una virgola l’abuso (il termine valga ancora con asettico riferimento alla normativa vigente) del contratto a tempo determinato.
Più verosimilmente, aumenterà l’appetibilità del lavoro grigio e del lavoro nero.
Si muovono, con le norme, non solo concetti e presunzioni, quanto soprattutto destini e prospettive di milioni di individui. Questo modo di fare politica, peraltro assistito nella fattispecie da imbarazzanti voltafaccia, muove i fili delle nostre vite come un algido ed incolore burattinaio.
Tutta la manovra sul lavoro (compresa l’incredibile vicenda sull’art. 18) è, più di tutto, un maldestro tentativo di gettare il fumo sugli occhi degli investitori, soprattutto stranieri, onde poter dire loro: investite in Italia, oggi conviene!
Il ritardo infrastrutturale, l’assenza di sicurezza nei territori, l’inefficienza delle burocrazie, il costo dei carburanti, il peso eccezionale del fisco saranno, tutti insieme, controbilanciati da questa pagliacciata che chiamano riforma del lavoro. I grandi capitali e le decisioni di fare impresa non rispondono, tuttavia, ai desiderata dei politici, quanto alla fiducia che un Paese complessivamente è in grado di suscitare. Non sono così stupidi, i signori investitori, è sufficiente che leggano certe frasi per smascherare lo specchietto per allodole, per avere conferma che in Italia – malgrado le vantate novità – la musica è alla fine sempre la stessa: si lavora, sì, al sistematico saccheggio delle sue residue ricchezze.

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