Il tema dominante della politica italiana riguarda ancora una volta la mancata crescita dell’economia. Anche quando il resto dell’Europa attraversa momenti positivi, l’Italia incrementa il suo prodotto interno lordo (Pil) mediamente di un punto percentuale in meno rispetto agli altri Paesi del Vecchio Continente. Partiamo da questa considerazione per individuare una delle cause che negli ultimi decenni hanno impedito al Sud dell’Italia di crescere e contribuire a produrre ricchezza: la carenza di infrastrutture.
La verità è che la cosiddetta Prima repubblica, con la Cassa per il Mezzogiorno aveva promosso una politica per il Sud che aveva portato l’insediamento di industrie locali e del Nord Italia. L’esperienza dei governi a guida Dc in coalizione con i partiti liberal-socialisti è stata a lungo criticata. Con tutte le carenze che la storia della Cassa per il Mezzogiorno può aver avuto, resta comunque il fatto che negli anni ’60 il Sud faceva registrare consistenti progressi in termini di occupazione.
La fabbrica di confezioni Marzotto a Salerno, Rivetti Lanerossi a Matera, la Motta e la Olivetti a Napoli Pozzuoli, l’Alfa Romeo a Pomigliano d’Arco, sono solo alcuni esempi di industrializzazione. Purtroppo, la Cassa per il Mezzogiorno è stata sostituita dal nulla. Dal 1994 in avanti, al di là dei palliativi della legge Tremonti è trascorso un quarto di secolo in assenza di una politica per il Sud. I governi di centro destra e centro sinistra, sono parimenti responsabili nel non aver promosso lo sviluppo nelle aree depresse del Paese.
La Germania dell’Est è stata aiutata dal governo di Bonn ad uscire dal sottosviluppo provocato da 50 anni di regime comunista. Solo attraverso una politica di riduzione del divario fra Nord e Sud, l’Italia può riprendere a svilupparsi in modo omogeneo.
La parte più ricca del Paese ha un debito verso le regioni più povere. È bene ricordare che nel 1861, data dell’unificazione del nostro Paese, gli occupati erano tremilioni e cinquecentomila. Il Sud (il Regno delle due Sicilie) registrava una forza lavoro di oltre il 51%, rispetto alle altre aree della nazione. Molte delle industrie tessili del Casertano furono trasferite al Nord.
Il primo bilancio (la Finanziaria) dello Stato unitario vide la parte più consistente di tributi provenienti dal disciolto Regno delle due Sicilie.
Come sempre accade la storia la scrivono i vincitori. Resta il fatto che dal 1861 ad oggi sono state negate al meridione le possibilità di sviluppo, e che negli ultimi decenni sta crescendo il divario fra Nord e Sud.
Roberto Fronzuti

L’articolo pur indicando una verità, tende a scivolare nella semplificazione assistenzialisti, sorvolando sullo scenario che ha determinato il disimpegno. Il sistema economico e commerciale, fattosi globale, pone la selezione competitiva su due binari: capacità innovativa, e produttività.
Le industrie divenute mature o competitive in termini di costo del lavoro, hanno dovuto fare i conti con il costo del fatturato, visto che la competizione avveniva anche con chi praticava il dumping sociale e retribuiva in funzione dei contesti. Un differenziale mai promosso e gestito, collegandolo alla scarsità d’investimenti strutturali, e ad rarefatta cultura della produttività ha prodotto un allargamento del gap trasud e Nord che il Paese sconta. L’intero sistema, adagiato sulla politica assistenziale, produce una classe dirigente inadeguata, sia a promuovere e progettare l’innovazione tecnologica, sia a perseguire la produttività e soprattutto la responsabilità. Purtroppo non se ne esce, affidare investimenti a quella classe dirigente, significa supportare innovazione e visioni, che purtroppo mancano, e soprattutto manca la cultura.