Artisti ai tempi del COVID-19. Come vive questa situazione così anomala e inedita chi fa della ricerca artistica la propria professione o almeno il cardine del proprio essere-nel-mondo?
Di tutte le attività bloccate o ridimensionate in questa drammatica primavera dall’effetto-coronavirus, la produzione artistica sembra essere quella che più ne risente. Chiusi in casa dai decreti governativi, costretti a guardare il nostro ombelico e a riconoscere in primo luogo i nostri bisogni fondamentali, ridotti ad acquistare solo generi di prima necessità dai fornitori più vicini al nostro domicilio, l’arte sembra essere l’ultimo dei nostri problemi, l’ultimo dei nostri bisogni. Chi mai può pensare, in assenza di lavoro e di reddito o vivendo di “bonus” governativi e cassa integrazione, con contratti in odore di risoluzione o con aziende e attività autonome chiuse, di acquistare un oggetto artistico o addirittura un’opera d’arte?
Eppure, paradossalmente, i reclusi del COVID-19 proprio nell’arte stanno trovando non solo un rifugio ma anche una valvola di sfogo all’involontario isolamento. I siti e le pagine Facebook che propongono visite virtuali ai musei e ai siti archeologici si sono moltiplicati a vista d’occhio, così come quelli che offrono libri in consultazione gratuita, collezioni e cataloghi d’arte da consultare liberamente, per non parlare della musica. Molti addirittura si cimentano per la prima volta in prima persona con matite e pennelli o tolgono la polvere da un vecchio strumento musicale dimenticato in soffitta facendolo nuovamente vibrare. Sembra esserci un bisogno forse mai sopito e che ora torna prepotentemente, in un momento durante il quale obbligatoriamente non possiamo, a parte alcune categorie benemerite che consentono a noi tutti di sopravvivere, come – per esempio – medici e paramedici, cassiere del supermercato e addetti alle pulizie, dedicarci a correre come sempre sulla nostra ruota da criceti che ci porta ad arrivare a sera chiedendoci perché ci siamo alzati la mattina. O magari non chiedendocelo affatto, assuefatti ormai alle nostre abitudini, alla nostra routine, più o meno garantita, più o meno agiata.
E’ il tempo della riflessione, l’occasione per guardarci dentro, per tentare di capire chi siamo e dove siamo. Se è vero, come diceva Vasilij Kandinskij, che “L’artista è la mano che con questo o quel tasto porta l’anima a vibrare”, oggi siamo tutti involontariamente un po’ artisti, chi più chi meno. Ma chi di tutto questo fa anche una professione, come ne esce?
Mostre rimandate, gallerie chiuse, resistono solo gli shop on-line di artisti e gallerie e le aste on-line. Tutto rimandato almeno a settembre (per essere ottimisti) e nel frattempo negli atelier si accumulano le opere in attesa di un compratore. Esisterà ancora un mercato, dopo questo “tsunami”, che non sia solo quello dell’arte come bene-rifugio, destinata a pochissimi e che ruota solo attorno ai grandi nomi dell’arte? Se già è difficile, per quasi tutti gli artisti, vivere solo della propria arte, come andare avanti in un contesto che sarà sicuramente impoverito, scarso di liquidità, orientato a beni essenziali e non “voluttuari” come può sembrare esserlo un’opera artistica?
Forse, se una risposta esiste, è nascosta tra le pieghe di un vecchio articolo di Goffredo Parise, che a sua volta chiamava in causa Pier Paolo Pasolini. Sul Corriere della Sera del 30 giugno 1974, Parise scrisse “Il rimedio è la povertà”. Lo scrittore vicentino in quei tempi già avvertiva, assieme a Pasolini, la crisi della nostra opulenta e acritica società dei consumi alla quale contrapponeva un modello di consumo minimo e consapevole dando così una nuova interpretazione della povertà: “Povertà vuol dire – scrive testualmente Parise – , soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.” Ma, ben lontano dal concetto di “decrescita felice” di moda qualche anno fa, Parise aggiungeva: “La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità.(…) povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.”
E’ forse in questo salto, che è essenzialmente etico, la via d’uscita verso un recupero della dimensione estetica del nostro vivere legata di nuovo a un concetto di qualità e onestà del fare artistico che possa convogliare l’interesse risvegliato delle persone per l’arte anche verso l’acquisto, personale o forse collettivo o ancora in altre forme inedite che permettano la sussistenza di chi si dedica all’arte. Apprezzare un artista, vedere come nasce la sua produzione, conoscere i materiali e le tecnologie che usa, i processi produttivi oltre che il concept… “La povertà – scrive ancora Parise – , infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. (…) Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese”. Dal paradosso del rimedio della povertà forse vorremo e potremo ancora “premere quel tasto che porta l’anima a vibrare” e permettere così agli artisti di continuare ad giocare attivamente il loro ruolo nella società del post-COVID19.
Luciana Menegazzi

Lascia un commento