
C’è un’arma impropria che la sinistra usa come clava politica, non come tutela dei lavoratori. Si chiama CGIL. E il suo generale è Maurizio Landini, che ha trasformato un diritto costituzionale come lo sciopero in una sirena d’allarme preconfezionata, da attivare a ogni irrigidimento ideologico. Non per contrattare davvero, ma per fare opposizione extraparlamentare.
Non c’è una piattaforma negoziale credibile, non c’è una visione industriale, non c’è un’idea seria di modernizzazione del lavoro. C’è solo il rito della piazza, il megafono, lo sciopero del venerdì e i pranzi al sacco dei pensionati arruolati per fare numero, la retorica del noi contro loro. La CGIL esercita potere, eccome, ma spesso lo scarica proprio su chi dice di difendere. Il risultato è un Paese immobilizzato, mentre il mondo corre verso automazione, digitale, formazione continua, responsabilità condivisa tra impresa e lavoratore.
Landini non rappresenta l’operaio di oggi, rappresenta la nostalgia. È l’emblema di una CGIL ferma agli anni Settanta, inchiodata al vocabolario dei padroni e degli sfruttati, mentre chi lavora chiede tutele agili, contratti coerenti con filiere globali, produttività misurabile, welfare aziendale che funzioni, contrattazione di sito e di filiera. Invece arriva l’ennesimo sciopero generale per mostrare muscoli politici, non capacità contrattuale.
Il diritto di sciopero è sacro. L’abuso lo profana. Usarlo come leva per colpire un governo eletto, senza una proposta tecnica verificabile su salari, produttività, sicurezza e politiche attive, è debolezza travestita da coraggio. Così la CGIL si svuota dall’interno, da garante del lavoro a frenatore del progresso.
È palese che Landini stia apparecchiando il terreno per candidarsi alla guida del PD, per surrogare una pseudo leader che sembra più figlia dei fiori che dirigente pragmatica. Molto sentimento, pochissima ingegneria delle soluzioni. Landini prova a colmare quel vuoto con il peso specifico della CGIL. Ma un partito non si guida a colpi di sciopero. Si guida con programmi verificabili, numeri sul tavolo, riforme inchiodate a scadenze e responsabilità.
Quando la CGIL piega il diritto di sciopero e lo trasforma in cortei contro Israele e contro Netanyahu, schierandosi apertamente con l’area propalestinese e, di fatto, con il jihadismo di Hamas, lo strappo è totale. Si prende uno strumento nato per difendere salari, sicurezza e orari e lo si piega a bandiera geopolitica. Il lavoratore perde uno strumento, la politica guadagna un corteo. Il Paese resta fermo.
Quando Landini invoca giustizia sociale, sembra difendere soprattutto la sopravvivenza del proprio perimetro. Linguaggio di attrito, non di accordo. Bandiere al vento e slogan ripetuti come un disco graffiato, mentre il Paese reale, fatto di piccole imprese, professionisti, giovani che cambiano lavoro tre volte prima dei trent’anni e fabbriche che esportano a fatica, guarda con crescente fastidio questa liturgia stanca.
Se il progetto è trasformare la CGIL in trampolino per prendersi il PD, almeno lo si dica apertamente. E ci si misuri su un terreno politico vero, dove contano responsabilità e risultati. Il lavoro non è un pretesto. È la spina dorsale del Paese. E non merita di essere usato come claque.
Piero Terracina

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