La sua firma è una semicirconferenza ai tre quarti del vetro. Una mezza luna che divide la parte pulita (quella bassa) dalla parte opaca (quella superiore). È il confine che lei raggiunge alzando il braccio quando (con la pezzetta di cotone) intende pulire i vetri di casa mia. In tre anni non le ho mai chiesto di usare la scala e completare il lavoro. Credo sia una forma di complicità femminile oppure il semplice lasciar perdere per avere intorno un qualche atomo di benevola sciatteria. Vivo (solitamente) un’esistenza da sgobbona in carriera e vengo (professionalmente) reputata una perfezionista (uso un eufemismo). In qualche modo lascio che almeno il mio regno sia immune da quella pignola parte di me che impera altrove (soprattutto dietro una scrivania, spesso in una riunione, sempre se ci sono degli uomini).
La regina di casa mia arriva per pulire il venerdì (cosi il fine settimana la tana è perfetta per il mio rientro). Torna il lunedì (per ripulire il casino che lascio). Il mercoledì lo dedica a stirare. Viene da qualche paese lontano. Il nostro ménage è disarticolato (ma basato sulla piena fiducia): la vedo raramente e le ho lasciato in mano la casa per qualche mese (causa professione sono stata distaccata ad un incarico più lontano e impegnativo del solito). Con mia piacevole sorpresa, i miei collaboratori ed io siamo stati più rapidi del previsto e, almeno in questa fase estiva, posso tornare a frequentare casa.
Ho saputo che in mia assenza si era operata ad un seno. Le ho proposto una cena fuori, sia per festeggiare il rientro, sia per festeggiare il buon esito dell’operazione (ero anche dispiaciuta di non essere stata presente e solidale). Mi ha raccontato. Abbiamo fatto anche un incontro: due amici di vecchia data: un romanticone appena separato (dopo tre anni di matrimonio) ed uno spaccone sciupafemmine. Ho spiegato loro che lei era la regina di casa e l’unica a mettere liberamente mano alle mie mutande. L’argomento era comune. Uno di loro (lo sciupafemmine) le aveva già gestite. L’altro avrebbe voluto.
La regina di casa avrà pure le gambe corte per pulire i vetri, ma ha l’occhio lungo per capire le situazioni. A fine serata mi ha chiesto perché con lo spaccone sì e con il romanticone no. Le ho spiegato il mio punto di vista: l’anima (una donna) la da via una, due, forse tre volte nella vita. Io sono alla seconda e mi terrei la terza di riserva. Il resto si può dare via con più facilità. Se mi sono fatta sciupare un paio di volte dallo sciupafemmine, era perché sapevo cosa voleva (e cosa volevo io). E ricordo come la mattina dopo, quando lo salutai affettuosamente, ebbe in primi dubbi sulla sua predominanza maschile e su chi avesse veramente adoperato chi. Con il romanticone non si poteva. Troppo ambizioso. Non si sarebbe accontentato: avrebbe voluto anche l’anima, ma sarebbe stato troppo.
Venerdì ha pulito i vetri peggio del solito (li noto ora). Non si dev’essere neppure messa sulle punte dei piedi. So perché: non approva il mio ruvido pragmatismo e ritiene che sia uno spreco non dare l’anima ai romanticoni. Ma l’anima è tutto. Andrebbe data solo a quei (stra-rarissimi) uomini che ti trasformano in una loro complice (e non solo temporaneamente perché innamorati – troppo facile – ma stabilmente per la profonda stima che hanno in te). Di così ne ho conosciuto uno da ragazzina. Un altro da poco. Per il resto, è stato (ed è) un bellissimo gioco di vita a cui non rinuncerei mai (troppo divertente e bello). Mi rendo conto che per i romanticoni (lo so) è dura portarsi via solo un paio di mutande ma senza l’anima dentro
L’arduo vivere del buon romanticone
Con il romanticone non si poteva. Troppo ambizioso. Non si sarebbe accontentato: avrebbe voluto anche l’anima, ma sarebbe stato troppo.

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