
Apri il libro con una certa riverenza, come dovrebbero essere maneggiati i libri, portatori di nuove emozioni e conoscenze, e ti sembra un vecchio album di foto conservato in soffitta e portato alla luce dopo anni. L’effetto virato seppia che affascina nelle vecchie foto e nei film non può non affascinare nei disegni di Shaun Tan.
Fin dalle prime pagine il lettore (ma in questo caso la definizione è impropria) , affascinato dai disegni, dall’accurata ricerca dei particolari, cercherà inutilmente le parole , ma Shaun Tan ha scelto di non distrarre chi sfoglia il suo libro, ha deciso di lasciarlo libero, di far scaturire dal cuore e dall’emozione e dalla fantasia di ogni lettore una sua propria storia. E il capolavoro di questo libro è dato anche dal fatto che ognuno può fermarsi alle immagini e apprezzarle, può restare sorpreso, affascinato, conquistato e capire attraverso le immagini il dolore, la paura, il rimpianto di chi, come il protagonista de L’approdo, quello che io ho chiamato da subito “il padre” prova dovendo lasciare moglie, figlia, la sua città, la sua patria, per affrontare un viaggio che lo porterà lontano alla ricerca della dignità di un lavoro, di libertà, in un paese straniero . Potrebbe sembrare una storia dell’emigrazione narrata ai bambini ottundendo la tragedia grazie alla presenza di animali fantastici e degli origami del padre Volano come libellule) ma il libro è diretto alla riflessione degli adulti che hanno nel loro bagaglio emozionale ricordi e conoscenze di emigrazione lontana/vicina e che potrebbero saper riconoscere che colui che arriva non è diverso, non è “altro da noi”.
Il padre fugge dal pericolo ( l’impotenza davanti alla miseria) rappresentato dalla coda di drago che circonda la sua città e, vedere dei tentacoli che gli ricordano il passato, lo terrorizza. Anche gli altri emigrati che lo accolgono, lo aiutano, hanno alle spalle vissuti orribili, storie mai narrate la cui memoria torna all’improvviso nelle ore del sonno, ma si allontanano spinte via dalla speranza del futuro reso possibile dal luogo dell’approdo.
Le parole non dette emergono dai disegni, il tempo che passa è scandito dai fiori che sbocciano e appassiscono, le ombre nere sui muri sono le paure di chi si sente solo anche in mezzo agli altri, smarrito fra tanti suoi simili con i suoi stessi problemi, mentre gli origami bianchi del padre, che si alzano in volo come uccelli, potrebbero essere la guida verso un futuro migliore.
L’autore, Oscar per The Lost Thing, miglior cortometraggio di animazione, tradotto in Italiano Oggeti smarriti , è nato in Australia da genitori malesi emigrati negli anni sessanta a Perth, ha quindi alle spalle una storia di emigrazione e dichiara che suo scopo era quello di “farci entrare nelle scarpe” di chi è costretto ad emigrare . A voi dire se è riuscito, io ne sono rimasta affascinata.
Maria Rita Monaco

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