
di Edoardo Minola*
Nel disordine internazionale che si è diffuso dalla pandemia in poi, l’unico continente a essere rimasto escluso dalle cronache, per ora, è il più isolato di tutti. Nell’immaginario diplomatico l’Antartide continua a figurare come l’ultimo continente sottratto alla politica di potenza. È un’immagine rassicurante, ma sempre meno aderente alla realtà.
Il Trattato Antartico, firmato a Washington il 1° dicembre 1959 da Argentina, Australia, Belgio, Cile, Francia, Giappone, Nuova Zelanda, Norvegia, Sudafrica, Unione Sovietica, Regno Unito e Stati Uniti, non eliminò la competizione: la rese governabile. Vietò l’uso militare del continente, salvaguardò la libertà di ricerca, aprì stazioni e installazioni alle ispezioni e congelò il conflitto sulle rivendicazioni territoriali. Sette dei dodici firmatari arrivavano già al tavolo con pretese sovrapposte o contigue, mentre Washington e Mosca si riservavano la possibilità di un ricorso. L’ordine antartico nacque dunque come compromesso tra ambizione nazionale e disciplina giuridica, non come uscita dalla competizione geopolitica.
Questo punto è decisivo perché spiega la funzione reale delle basi su suolo antartico. Oggi il sistema del Trattato conta 58 Parti, ma le decisioni dell’Antarctic Treaty Consultative Meeting sono prese soltanto dalle 29 cosiddette Parti Consultive e vengono adottate per consenso. Lo status consultivo non si ottiene con dichiarazioni di principio: il Trattato lo collega alla dimostrazione di una sostanziale attività di ricerca scientifica, resa visibile attraverso stazioni e spedizioni.
Nel frattempo, il Council of Managers of National Antarctic Programs (COMNAP) censisce le basi antartiche impiegate per scienza e supporto da 34 programmi nazionali, mentre la cartografia del British Antarctic Survey (BAS), costruita sui dati COMNAP, mostra un continente disseminato di basi annuali e stagionali gestite non solo dai protagonisti storici, ma anche da Cina, India, Italia, Corea del Sud, Brasile, Uruguay, Ucraina e altri programmi nazionali. In questo quadro, la base scientifica non è un semplice luogo di ricerca. È il dispositivo con cui la presenza materiale si converte in accesso politico alla governance del continente.
Un continente senza mercato, ma non senza rendite politiche
Se la presenza è la moneta del sistema antartico, il primo punto da chiarire è perché questa moneta resti così poco visibile. La risposta sta nel Protocollo di Madrid del 1991, che definisce l’Antartide una riserva naturale dedicata alla pace e alla scienza e, all’articolo 7, vieta le attività relative alle risorse minerarie diverse dalla ricerca scientifica.
Da qui nasce il fraintendimento sull’orizzonte del 2048, spesso raccontato come la data in cui la moratoria “scadrebbe”. Il Segretariato del Trattato chiarisce invece che né il Protocollo né il Trattato hanno una data di cessazione e che il 2048 indica soltanto il primo momento in cui una Parte Consultiva può chiedere una conferenza di revisione ai sensi dell’articolo 25. Anche dopo quella soglia, però, il superamento del bando minerario non sarebbe automatico. Il momento in cui le risorse dell’Antartide saranno sul mercato, quindi, non sparisce, ma viene semplicemente rinviato. E proprio questo rinvio aumenta il valore di chi, nel frattempo, accumula infrastrutture, dati e capacità logistica.
Proprio perché il sottosuolo resta giuridicamente congelato, il vantaggio si accumula anzitutto nella conoscenza. La documentazione ufficiale dell’Arctic and Antarctic Research Institute russo include tra le attività della spedizione antartica logistica, manutenzione di piste di neve e ghiaccio, monitoraggio ambientale e il progetto di ripristinare la base stagionale di Russkaya come stazione permanente. Più in generale, la raccolta di dati geologici, geofisici e climatici porta a consolidare basi informative che possono rivelarsi decisive in qualsiasi futuro negoziato sulle risorse, anche se oggi l’estrazione resta vietata.
Le stime sulle risorse svolgono già questa funzione politica. Un briefing della House of Commons Library, richiamando una fact sheet dell’Environmental Impact Assessment (EIA) del 2000, riferisce che il Mare di Ross e il Mare di Weddell sarebbero associati a risorse potenziali fino a 50 miliardi di barili di petrolio, precisando però che si tratta di una stima indicativa e non di riserve provate. La rilevanza di questo numero non sta nella sua certezza geologica, ma nel fatto che continua a circolare come promessa latente e quindi giustifica investimenti in capacità e prontezza tecnica.
Dal krill alle piste
Questa dinamica, tuttavia, non riguarda soltanto un possibile domani minerario. Ha già oggi una ricaduta concreta nell’economia del mare. Il krill antartico è una risorsa pienamente legale, già inserita in filiere industriali che riguardano mangimi, acquacoltura e integratori, ed è per questo che la sua gestione è diventata il banco di prova più chiaro della geoeconomia antartica.
La Convention for the Conservation of Antarctic Marine Living Resources (CCAMLR) ha introdotto per l’Area 48 un limite di 620.000 tonnellate proprio per evitare che catture concentrate in poche aree producano impatti locali gravi anche in presenza di limiti complessivi apparentemente prudenti. Nella stagione 2024-2025 quella soglia è stata raggiunta e la pesca è stata chiusa in anticipo per la prima volta. Il punto non è soltanto ecologico, ma istituzionale. Una risorsa già monetizzabile ha messo a nudo la rigidità di una governance che continua a dipendere dal consenso anche quando la pressione industriale accelera più della capacità di adattare le regole.
Quando una risorsa cresce a questo ritmo, il discorso passa inevitabilmente dalla conservazione ai rapporti di forza. La Cina lo ha capito bene. Nel marzo 2025 è partita la Fuyuan Fishing 9199, una nave lunga circa 139 metri che, secondo le fonti disponibili, può funzionare come piattaforma di lavorazione a bordo e processare circa 1.000 tonnellate di krill al giorno. Una nave di questa scala abbassa i costi unitari, prolunga la permanenza operativa e rende più stabile la presenza cinese nell’Oceano Meridionale.
In un’arena regolata, la massa critica tende poi a trasformarsi in peso negoziale. Chi pesca di più, chi processa di più e chi resta più a lungo chiede inevitabilmente di contare di più anche quando si discutono quote, regole spaziali e criteri di sostenibilità. La blue economy antartica, in questo senso, non è un capitolo separato dalla geopolitica del continente. È il punto in cui la geopolitica torna a galla in forma economica.
Ma la competizione sul krill non si esaurisce in mare aperto. Per essere sostenuta nel tempo, richiede una rete logistica a terra che trasforma anche l’infrastruttura scientifica in un fattore economico e strategico. Le flotte che operano nell’Oceano Meridionale dipendono da piste di atterraggio, mezzi aerei, previsioni meteo, monitoraggio del ghiaccio, evacuazioni mediche, rifornimenti e comunicazioni affidabili.
La logistica russa descritta dall’Arctic and Antarctic Research Institute (AARI) comprende operazioni marittime e aeree, manutenzione di piste di neve e ghiaccio, supporto tecnico alle stazioni e trasporto annuale di materiali e personale. Sul versante italiano, il Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA) ricorda che le basi antartiche Mario Zucchelli, Concordia e la nave Laura Bassi formano una rete in cui ricerca e logistica sono inseparabili, e le comunicazioni ufficiali sulla 41ª spedizione mostrano quanto questa presenza dipenda da navi, velivoli, manutenzione e personale tecnico oltre che da scienziati.
È a questo livello che la distinzione tra supporto scientifico e presenza strategica si assottiglia. Un’infrastruttura che rende possibile la ricerca in un ambiente estremo rende possibile, nello stesso gesto, una continuità di presenza che ha conseguenze politiche dirette.
Basi, satelliti e potere di posizione
Una volta chiarito che la logistica non è accessoria, la base smette di apparire come semplice supporto e diventa un bene politico di lungo periodo. È in questa chiave che va letta la scelta russa di riportare la base di Russkaya a uno status permanente. AARI indica che la base, operativa come stazione tra il 1980 e il 1990, è destinata a essere ripristinata stabilmente; il sito ufficiale insiste sul fatto che l’istituto mantiene già cinque stazioni annuali e varie basi stagionali, tra cui la stessa Russkaya.
In parallelo, la Cina ha inaugurato Qinling il 7 febbraio 2024 come quinta stazione sul continente, mentre nel 2025 è stata resa pubblica la Draft Comprehensive Environmental Evaluation per una nuova stazione cinese a Cox Point, in Terra di Marie Byrd. Il punto non è soltanto il numero delle basi. È la traiettoria. Ogni nuova installazione riduce l’isolamento operativo di quella successiva, crea corridoi logistici, abbassa i costi di permanenza e genera una dipendenza di percorso che gli altri programmi nazionali devono tenere in conto.
Il valore delle basi, del resto, si misura anche in negativo: nel marzo 2025 l’annuncio dell’amministrazione Trump di tagliare fondi cruciali per le operazioni antartiche statunitensi, inclusa la South Pole Station, e il successivo contrasto politico apertosi negli Stati Uniti, hanno mostrato quanto rapidamente anche una posizione privilegiata possa indebolirsi quando vacilla la volontà di finanziare l’infrastruttura che la sostiene.
Una volta consolidata sul terreno, quella presenza tende poi a estendersi in reti più ampie che toccano il posizionamento satellitare, l’osservazione della Terra e quindi una parte decisiva della space economy. Il rapporto dell’European Union Agency for the Space Programme 2024 (EUSPA) colloca il Global Navigation Satellite System (GNSS) ed Earth Observation (EO) al centro di quindici segmenti del mercato downstream spaziale.
In parallelo, uno studio pubblicato su Earth System Science Data ha ricostruito serie temporali coerenti per 286 siti GNSS in Antartide e nelle regioni sub-antartiche tra il 1995 e il 2021. Il significato di questi dati non è soltanto tecnico. Migliorare precisione, continuità e resilienza delle reti di posizionamento rafforza funzioni economiche ordinarie, dai trasporti alla sincronizzazione delle reti, fino ai sistemi autonomi.
Non sorprende allora che la Russia abbia integrato le basi Bellingshausen, Novolazarevskaya e Progress nella rete collegata a GLONASS, né che la Cina abbia associato Zhongshan a un segmento di terra per satelliti di osservazione oceanica. Una base polare, in questa prospettiva, non serve solo a produrre pubblicazioni. Serve a stabilizzare reti da cui dipendono commercio, navigazione e servizi strategici.
Proprio questa sovrapposizione di funzioni rende più fragile il vecchio velo scientifico. Il Trattato Antartico continua a vietare le misure di natura militare e, nello stesso tempo, consente l’uso di personale e mezzi militari per scopi scientifici o comunque pacifici; inoltre mantiene aperta la possibilità di ispezioni, che il Segretariato raccoglie in una banca dati pubblica relativa ai controlli condotti dal 1962.
Il problema, però, non è l’assenza di norme. È l’ambiguità crescente delle infrastrutture. La stessa antenna può servire ricerca e tracking, lo stesso sito GNSS può migliorare la geodesia e accrescere l’autonomia di un sistema nazionale di navigazione, la stessa pista può sostenere una campagna scientifica e consolidare un accesso che poi pesa nei rapporti di forza. In queste condizioni la cooperazione non scompare, ma si carica di una tensione che il diritto da solo non riesce più a neutralizzare.
L’Antarctic Treaty System (ATS) resta una cornice efficace, ma la sua efficacia dipende sempre di più dalla volontà politica di usare ispezioni, trasparenza e reciprocità in un ambiente dove il dual use è diventato la norma, non l’eccezione.
Conclusione
L’argomento sviluppato fin qui porta a una conclusione precisa per l’Italia e per l’Europa. L’Antartide non è soltanto un dossier scientifico o ambientale, ma anche uno spazio in cui la presenza materiale sostiene l’accesso alla governance e in cui basi, logistica, reti di dati e continuità operativa si traducono in influenza.
La rete italiana del PNRA, con le basi Mario Zucchelli, Concordia e la nave Laura Bassi, mostra che anche una media potenza può costruire un profilo credibile se tiene insieme ricerca, manutenzione, trasporti e cooperazione. Ma lo stesso vale per l’Unione europea nel suo insieme. Difendere il regime giuridico, sostenere la protezione ambientale e rafforzare la capacità di restare sul terreno non sono tre obiettivi distinti. Sono tre facce della stessa strategia.
Se restano separate, altri continueranno a occupare lo spazio materiale del continente; se vengono ricondotte a una linea coerente, la presenza scientifica europea potrà continuare a presentarsi come cooperativa senza rinunciare alla sua funzione reale, che è ormai quella di una valuta di influenza nel condominio antartico.
Edoardo Minola
*Istituto Ispi

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