
Venerdì scorso ennesima manifestazione sindacale, ennesimo microfono, ennesimo copione. Che si scenda in piazza è legittimo, sacrosanto. Il problema nasce quando, dal palco, l’economia viene trattata come una canzone da stadio: ritornelli facili, colpe sempre altrove, soluzioni che suonano bene finché non ci fai sopra due conti.
Qui non si tratta di “stare con” o “stare contro”. Si tratta di rispettare l’ABC. Perché quando si parla di bilanci pubblici, salari, pensioni e debito, le parole pesano. E se le usi a caso, poi a pagare il prezzo non è chi ha il megafono. È chi vive di stipendio e bollette.
Partiamo dal classico: “tagliano la spesa sociale”. Questa frase, detta così, è quasi sempre un gioco di prestigio. Un taglio vero è quando spendi meno in valore assoluto. Un’altra cosa è spendere di più ma meno di quanto vorresti. Un’altra ancora è spendere di più ma meno dell’inflazione, quindi in termini reali perdi potere di acquisto. Mischiare tutto e chiamarlo sempre “taglio” è comodo, perché accende la rabbia. Ma è scorretto, perché confonde le persone. Se vuoi criticare una scelta politica, falla pulita: dì quali capitoli, quanto, in che modo, e soprattutto rispetto a cosa.
Poi c’è il tormentone delle pensioni “bloccate”. Anche qui, attenzione alle parole. Bloccare significa zero. Rivalutare poco significa un’altra cosa. Il tema serio, quello vero, è che quando l’inflazione è alta o quando la rivalutazione è parziale su certe fasce, molte pensioni restano indietro. È una ferita reale. Ma trasformarla in un “blocco totale” è propaganda, non analisi. E se fai propaganda con le pensioni, stai giocando con la vita delle persone, non con un hashtag.
Terzo punto: “non aumentano i salari”. Sì, e no. Lo Stato non è il datore di lavoro di tutta Italia. I salari, nella maggior parte dei casi, non si alzano per decreto come si alza una serranda. Si alzano quando la produttività cresce, quando le imprese investono, quando i contratti funzionano, quando c’è spazio economico per redistribuire senza scaricare tutto sui prezzi o sui licenziamenti. La politica può aiutare, certo, con la leva fiscale, con incentivi sensati, con meno burocrazia che ti mangia settimane, con regole chiare che non cambino ogni tre mesi. Ma se la narrazione diventa “basta volerlo”, stiamo vendendo una fiaba. E le fiabe non pagano gli stipendi.
Qui entra il pezzo che dal palco spesso viene ignorato, perché è noioso e non fa applausi: l’Italia è un Paese ad alto indebitamento strutturale. Non per un incidente dell’ultima stagione, ma per una somma di scelte, vincoli e inerzie che ci portiamo dietro da decenni. Il debito non è un interruttore. È un macigno che si muove lento. Invertirne davvero la traiettoria richiede anni di avanzi primari seri, crescita stabile e costo del denaro gestibile. Tutti insieme. Non una volta sì e due no.
E perché è così difficile? Perché la pressione fiscale è già alta e non la puoi strizzare all’infinito senza far danni. Ogni ulteriore stretta rischia di frenare consumi e investimenti, spingere evasione, rendere il Paese meno competitivo. Dall’altra parte c’è lo Stato sociale, che non è un capriccio: pensioni, sanità, scuola, assistenza, enti locali. È la struttura che tiene in piedi la casa. E con una popolazione che invecchia, quella spesa tende naturalmente a crescere. Tagliare “decisivo” significa tagliare sulla pelle, non su un foglio. Quindi si finisce spesso in micro aggiustamenti e compromessi che spostano poco.
In mezzo a tutto questo c’è il momento internazionale, che oggi è instabile come il mare d’inverno. Energie che oscillano, crisi e guerre che cambiano prezzi e rotte, mercati nervosi, catene logistiche che saltano, tecnologia che accelera e spacca settori interi. In un contesto così, basta un evento esterno per trasformare un equilibrio precario in un problema grosso. E quando sei già carico di debito, ogni scossa ti costa di più.
Torniamo al palco. “Condoni” e “pacificazioni fiscali” sono un tema serio, perché il messaggio implicito è sempre lo stesso: chi aspetta, spesso viene premiato. Qui la critica politica ha senso. Ma anche qui serve onestà: non è che abolendo una sanatoria trovi magicamente i soldi per rifare il Paese. Gli incassi straordinari sono stampelle, non muscoli. La vera partita è far pagare in modo regolare, allargare la base, ridurre distorsioni, colpire l’evasione intelligente, non quella da barzelletta. E soprattutto costruire fiducia, perché senza fiducia il fisco è solo una guerra civile a rate.
E poi arriva lo slogan dei sogni: “andiamo a prendere i soldi dove ci sono”. Suona benissimo. Ma se lo dici come se fosse un bancomat infinito, stai prendendo in giro chi ti ascolta. Tassare di più alcuni può avere senso, dipende da come e quanto, ma devi fare i conti con comportamenti reali: capitali che si spostano, basi imponibili che si restringono, scappatoie, effetti sull’investimento. Il punto non è proteggere i ricchi. Il punto è non raccontare che basti una frase per pagare tutto.
Infine la solita contrapposizione facile: “spendono per altro e trascurano il resto”. Può essere vero che le priorità non piacciano. È legittimo. Ma anche qui, se vuoi fare un discorso serio, devi parlare di proporzioni e di vincoli, non di suggestioni. Perché altrimenti sembri uno che non sta discutendo di bilancio pubblico, ma sta tirando sassi contro un bersaglio immaginario.
La chiusura è semplice, e pure un po’ triste: in piazza non serve un economista con la cravatta. Serve qualcuno che rispetti la matematica elementare. Se vuoi rappresentare i lavoratori, devi avere il coraggio di dire verità scomode, non solo frasi che scaldano la folla. Perché la rabbia è comprensibile, ma non è una politica economica. E prima di avventurarsi in temi che non si padroneggiano, davvero, sarebbe meglio aprire un Bignami usato, farsi un giro nell’ABC e poi tornare al microfono. Con meno slogan e più sostanza.
Piero Terracina

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