
Poichè sembra che la gente non capisca… Cercherò di essere più chiaro.
Un sindaco americano quando entra in carica non “deve” giurare su un testo religioso. Deve giurare fedeltà alla legge e alla Costituzione. Il resto è cerimonia, simbolo, messaggio. Ed è proprio lì che nasce la questione.
Per decenni, negli Stati Uniti, la Bibbia è stata usata come oggetto di rito pubblico perché è parte della tradizione occidentale che ha accompagnato, nel bene e nel male, la costruzione delle istituzioni moderne. Non vuol dire Stato confessionale. Vuol dire memoria culturale. È un simbolo che, nel mondo occidentale, è stato progressivamente “domato” dalla separazione tra potere civile e potere religioso. Si chiama laicità dello Stato. Il cristianesimo, oggi, può stare sullo sfondo senza pretendere di scrivere le leggi. È diventato, in larga parte dell’Occidente, un riferimento culturale, non un codice penale.
Il Corano, invece, non arriva in questo vuoto neutro. Arriva nel 2026, dentro un clima in cui l’Islam, più che come fede personale di milioni di persone, viene spesso percepito come cornice politica e giuridica in molti Stati dove religione e diritto stanno ancora incollati, dove la libertà di cambiare religione o di vivere la propria fede in modo diverso può essere limitata, dove la critica religiosa non è una cosa che fai serenamente in piazza.
E qui la differenza diventa concreta. Non stiamo parlando di spiritualità, stiamo parlando di potere. La Bibbia, nel contesto occidentale, non è più il bastone con cui lo Stato picchia i cittadini. Il Corano, in vari contesti extra occidentali, è ancora associato a un’idea di società dove la religione non si limita a ispirare, ma governa, detta, punisce. Questo è il nodo, ed è il motivo per cui non è la stessa cosa.
Chiariamo il concetto di reciprocità, perbacco. Prova a immaginare un sindaco, un ministro, un’autorità pubblica che in Arabia Saudita giura su una Bibbia in una cerimonia ufficiale, in televisione, davanti a tutti. Non finirebbe in un dibattito elegante sui simboli. Finirebbe impiccato per vilipendio al Sacro Libro. E questo non perché “lì sono cattivi” in astratto, ma perché in molti Paesi a matrice teocratica o semi teocratica la libertà religiosa non è simmetrica. Non è un dettaglio. È il contesto.
Quindi sì, quando un sindaco a New York giura sul Corano, il tema non è la sua fede privata. Il tema è il segnale pubblico, in una città che vive di equilibrio fragile tra comunità diverse, e in un Occidente che già fatica a difendere la propria idea di spazio civile neutro. Perché se la democrazia è una casa comune, il rito istituzionale dovrebbe parlare la lingua comune, non quella di una singola appartenenza.
Il cristianesimo, piaccia o no, è riconosciuto anche laicamente come simbolo storico della civiltà occidentale. Lo vedi nell’arte, nelle feste, nei calendari, nei codici culturali. È una stratificazione, non una legge. L’Islam, invece, nel discorso pubblico globale è legato a una frizione irrisolta: in tante aree del mondo è ancora un sistema di norme sociali e giuridiche, non solo una fede. Per questo la scelta del Corano dentro un rito politico occidentale non viene percepita come equivalente alla Bibbia.
Se vuoi un gesto davvero inclusivo, non serve un libro diverso. Serve un gesto diverso. Mano sulla Costituzione, oppure su nulla, e la parola data alla città. Perché quando sei sindaco non rappresenti una comunità religiosa. Rappresenti tutti, credenti e non credenti, maggioranze e minoranze, chi ti vota e chi ti detesta.
E se anche l’America, che si racconta da sempre come presidio del diritto democratico, comincia a caricare di simboli religiosi il rito civile, il segnale che passa è semplice: lo spazio laico si restringe, e la politica si riempie di identità, non di regole comuni. Questo, per una democrazia, è un lusso che si paga caro.
Dopo questo, passiamo ai disegnini.
Piero Terracina

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