
Questo nostro, è un singolare Paese, perché appena lo Stato è riuscito a riprendere vigore dopo una condizione di criticità, come quella dovuta alla pandemia, trova sempre qualcuno, che mira, per interessi ideologici, se non addirittura elettoralistici, a fiaccarlo nuovamente e, quello che rattrista, nella remissività dei più, a conferma di una identità nazionale tremendamente debole.
E’ successo cosi all’inizio degli anni 2000, quando, senza alcun giustificato motivo , perché il contenzioso costituzionale fra Stato e Regioni si era ormai appianato, o quasi- in seguito ad un ritrovato equilibrio fra i due poteri – si ritenne di procedere ad una riforma costituzionale- trainata dall’allora Ministro Bassanini- che non aveva alcuna ragione d’essere per come venne realizzata, volta cioè a rafforzare il potere regionale in modo assolutamente inopinato, con effetti deleteri per l ‘interesse pubblico. Le Regioni, infatti, si sono dimostrate in questi anni, incapaci, lo dicono le statistiche, di gestire le nuove funzioni attribuite loro dalla Costituzione riformata, sicché lo Stato è dovuto intervenire più volte a sopperire la loro inerzia, basti pensare al caso clamoroso dei Fondi comunitari.
Oggi si presenta una condizione analoga per via della volontà, questa volta leghista, di andare oltre quella riforma costituzionale, dando forma ad una “autonomia differenziata “, prevista come possibile dalla nuova Costituzione, in favore delle Regioni che – con il consenso del Governo – intendano realizzarla. E, però, non si è capito su cosa riposi questa speciale forma di autonomia se non sull’intendimento di far prevalere gli interessi locali su quelli nazionali, già intralciati nel loro perseguimento, dalla riforma del 2001 con la legge costituzionale n.3.
Di certo, quello dell’Autonomia differenziata, è un disegno istituzionale lungamente accarezzato da parte di un partito che vuol fare emergere un ‘identità lombardo-veneta, in realtà inesistente, e che, tuttavia, vuole un riconoscimento anche a costo di frantumare l’unità nazionale e minare il funzionamento dello Stato per sostituirlo, in alcune aree del Paese, con un nuovo soggetto politico. Con ciò, ponendosi in totale contrasto con il pensiero dei padri Costituenti, che avevano concepito l’ordinamento regionale in relazione ad un numero tassativo di materie, e non un Ente a competenza generale, antagonista dello Stato.
Quello che sorprende è la mancata reazione, come si accennava all’inizio, da parte dell’opinione pubblica di fronte ad una prospettata condizione istituzionale che, producendo una inspiegabile disparità di trattamento fra le diverse Regioni, fa venir meno la fiducia dei cittadini verso uno Stato che non si perita di dismette le proprie funzioni in alcune aree del Paese solo per venire incontro alle pretese di un partito della coalizione di maggioranza, che ne trae convenienza, mascherando, tale convenienza particolare, con l’interesse generale.
Vero è che, né il Ministro Calderoli, che ora porta avanti l’idea dell’Autonomia differenziata- inserita in Costituzione come possibilità regionale da contrattare con il Governo dal delirio dell’allora Ministro Franco Bassanini- né, i Presidenti delle Regioni Lombardia e Veneto, hanno portato una sola ragione per cui ,oltre alle materie già di loro competenza, amministrate dalle due Regioni in modo tutt’altro che esaltante, perché in dominio dei partiti che le governano, se ne debbano aggiungere altre, sostituendo lo Stato con il potere regionale. In realtà una fondamentale motivazione c’è, ed è quella volta a far emergere gli interessi localistici che lo Stato intende ostacolare avendo come fine l’interesse generale.
Ed è ancora lo Stato che seleziona i propri funzionari attraverso un concorso pubblico, sottraendoli in tal modo alle pressioni dei partiti; diversamente dalle Regioni che non offrono alcuna garanzia in questo senso, e che le funzioni amministrative esercitano attribuendole, o delegandole, agli Enti locali che, a loro volta, non essendo strutturalmente attrezzati, si rivolgono al sistema cooperativistico che non si sa come proceda al reclutamento dei propri soci o dipendenti.
Alberto Abrami

bastano 9 regioni autonomi di sette milioni di abitanti e l’Italia federale sarà fatta
Da ex funzionario/dirigente della più prestigiosa entità amministrativa italiana mi è agevole condividere il breve articolo/saggio.
Da cittadino nutro ormai grande perplessità circa l’idoneità della classe politica e di taluni dei loro esperti alla gestione della “cosa” pubblica, resa progressivamente complicata (da complessa che era) per l’affievolirsi della loro attrezzatura teoretica necessaria per concettualizzare i fenomeni da risolvere.