Milano e un certo modo di celebrare il ventesimo anniversario di ‘mani pulite’
L’irresistibile tentazione forcaiola o manettara, si ripresenta puntuale, nella quotidianità italiana, come una cambiale in scadenza.

Riemerge, camaleontica, sotto svariate forme. Ma, sempre, con un’unica matrice, l’intolleranza. Che sia becera o raffinata poco importa. Che abbracci la protesta rumorosa o l’educata condanna in punta di penna, il tema non cambia: c’è sempre un accusato senza scampo e senza appello e un accusatore integerrimo e senza macchia. C’è sempre un teorema di colpevolezza e un nemico della democrazia. Sempre una lotta manichea tra il giusto e il male. Che non distingue, non va a fondo, ma di ogni campo fa terra bruciata. Senza dolersi delle sconfitte, delle tragedie o delle umiliazioni che subiscono, infine, sempre gli uomini con un nome e un cognome.
L’irresistibile tentazione forcaiola o manettara, si ripresenta puntuale, nella quotidianità italiana, come una cambiale in scadenza. E lo fa da attrice consumata, vestendo, di volta in volta, i panni rivoltosi e popolani dei forconi siciliani, soffiando sugli umori di improbabili orgogli padani, nascondendosi dietro i protagonismi di certi comici prestati alla piazza o certe toghe paladine di ogni battaglia per la “libertà e la giustizia” o dietro i pacati sorrisi buonisti di alcuni politici e amministratori. Se ne sta buona, come un retrovirus, finché le condizioni non diventano favorevoli e allora torna ad avvelenare il sangue e gli animi. Con tale maestria da confondere le idee e l’origine dell’epidemia, visibile solo ad occhi più che attenti e addestrati a scovare l’inganno.
La protesta dei forconi siciliani, ultima in ordine di tempo tra le sciarade ribelliste, si è generata probabilmente come “contrappeso” al tecnicismo del governo Monti: tanto rigoroso ed europeista l’uno, altrettanto intransigente e localista l’altra.
All’interesse nazionale che ispira il tecnicismo di questo esecutivo, le forche siciliane contrappongono gli interessi corporativi, all’idea di Paese quella della piazza, alla modalità composta del Presidente del Consiglio, la protesta confusa e urlante con poche parole d’ordine ma ben decise e intransigenti. Tutto già visto. Eppure questo cripto fascismo ritorna, ancora. Carsico, appunto. Perché le spinte che lo generano sono domande, esigenze, rivendicazioni che la politica “istituzionale”, quando è frastornata e in cerca di identità come ora, fatica a metabolizzare e rielaborare generando risposte e proposte.
I forconi protestano contemporaneamente da destra contro Equitalia e da sinistra contro la disoccupazione, da destra contro le tasse e da sinistra contro i tagli del governo. Da destra e sinistra contemporaneamente contro i politici e contro l’aumento del costo della vita e della precarietà. E chi scompare, in questo orizzonte in cui è la protesta a farla da padrone, tanto rumorosa da impedire ogni dialogo e ogni approccio di buon senso, è la politica. La capacità di agire per riformare. Perché non c’è spazio per la mediazione nella logica del “tutto e subito” sotto la minaccia delle manganellate.
E non si discosta da questo vento di antipolitica anche l’iniziativa organizzata da Di Pietro a Milano per “ricordare” i vent’anni da Tangentopoli cui partecipano anche il sindaco Pisapia, Bruno Tabacci e Travaglio. Una parata più elegante e discreta dei forconi, ma il cui carattere è altrettanto esplicito. Del resto, per quanto si possano stendere mani di vernice e cambiare modi e abiti, la nostra vera natura, prima o poi, ci conduce sempre nei luoghi cui apparteniamo e svela ciò che siamo agli occhi del mondo. Si sa, infatti, che il tempo è galantuomo e, qualche volta, rimette le cose al loro posto: porta gli accusatori sul banco degli accusati e toglie il velo di sacralità alle crociate strumentali. Basta solo saper aspettare.

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