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La verità è scettica

Da dove deriva l’attribuzione di sapiente e soprattutto qual è il significato di sapiente che contraddistingue l’uomo dalle altre specie in qualche modo a noi note o conosciute?

di Angelo Giubileo | 10 Giugno 2020

L’intera storia della filosofia dimostra l’incontrovertibilità del pensiero scettico relativo al significato originario di epoche o sospensione del giudizio e di cui è detto da Plutarco nel suo adversus Colotem. In proposito, Plutarco dice anche che, secondo la tradizione, Parmenide fu il primo ad affermarlo.

Parmenide, più di ogni altro, è stato capace di riassumere in poche righe il vissuto di un’intera specie, la nostra, che noi ancora oggi diciamo umana e sapiente (Homo Sapiens). Addirittura, nello spazio di un rigo, Parmenide ci dice essenzialmente che: di via resta soltanto una parola che è. La capacità di questo detto è di mettere insieme lo spazio (già in Esiodo), nel significato suo originario dell’inizio, illimitato e limitato dell’essere, esplicitando in modo definitivo il detto storicamente originario di Anassimandro, che molti assumono e assumeranno invece e in maniera contraddittoria a fondamento dell’intero discorso filosofico. L’essere di Parmenide proviene dall’ignoto di Anassimandro, ma il detto di Parmenide a differenza del precedente dice anche che l’ignoto in ogni caso: è e non può non essere e non è pensabile che non sia. Il detto di Parmenide – così estrinsecato, significa che non c’è alcuna possibilità che all’essere che è sia attribuito un predicato, qualsiasi, nemmeno quello dell’esistenza perché a esso si contrapporrebbe necessariamente quello della non-esistenza – resta a fondamento dell’intero percorso storico del Sapiens, che è stato è e ancora sarà.

Ma, allora, da dove deriva l’attribuzione di sapiente e soprattutto qual è il significato di sapiente che contraddistingue in qualche modo l’uomo dalle altre specie in qualche modo a noi note o conosciute? Per rispondere a questa domanda, occorre opportunamente fare un altro passo indietro nella storia e ritornare di nuovo al periodo presocratico, per comune definizione assunta, in cui l’idea di metafisica classica – compiutamente descritta e analizzata da Plutarco e in particolare nel suo Adversus Colotem -, corrispondente al detto di Parmenide, si apre alla teoria classica dell’episteme ovvero Le origini del pensiero scientifico, così come compiutamente descritte e analizzate da Giorgio de Santillana e in particolare nel suo saggio tradotto in italiano con il titolo omonimo (1961). In scia alla teoria delle idee di Platone e al metodo del sillogismo di Aristotele, l’indagine scientifica o “fisica” (come è detto e ripetuto nel pensiero di entrambi) mette insieme ogni conoscenza parziale, e quindi mai intera (in proposito, Plutarco ribadisce infatti che ogni parte può avere contatto con una o più parti, ma mai con l’intero) o, logicamente, mai definitiva (filosofico-sintetico-analitica: scetticismo) e mai completa (matematico-sintetico-analitica: teoremi dell’indecidibilità o incompletezza), “abilitante a compiere determinate attività o mestieri, e in (…) altri campi della ricerca sia sollecitazioni ideologiche e filosofiche: in tal senso, dal rinvenimento delle epistemi trae origine la considerazione interdisciplinare del sapere” (Enciclopedia Treccani).

Questo è dunque il significato originario della parola greca episteme – da cui origina il significato che oggi attribuiamo alla parola scienza, passando dal plurale d’uso del termine a un uso al singolare e mantenendo questa caratterizzazione -, e che in effetti non deriva dal logos viceversa originario di Parmenide.

Infatti, con Platone e Aristotele il tentativo sarà anche quello di trasformare il significato del termine metafisica, da classico a moderno. Il tentativo, inevitabilmente destinato a fallire, è intrapreso da molti. In particolare, cito Anselmo e la sua prova ontologica e direi, per finire all’oggi, Heidegger e il suo tentativo di risoluzione della questione ontologica dell’essere nell’esserci degli enti, che Severino in scia ad Heidegger definisce “eterni”, ma rispetto a un tempo che viceversa potrebbe anche avere avuto un inizio e quindi prima non era.

Ma: l’errore consiste sempre nel voler attribuire un predicato all’essere che soltanto è. Sostituire all’“è” la parola “Dio” – traendo spunto anche dal medesimo e destinato a essere sempre vano tentativo di dare un nome all’essere che è (anche, in fine, nell’Antico Testamento riecheggia il malinteso monito meglio sarebbe dire l’avvertimento di non nominare il nome di Dio, non invano ma perché vano) – non impedisce infatti alla specie dell’homo sapiens di “negare Dio” e quindi introdurre al discorso dell’essere il non-essere, che invece non può essere e non è possibile ne’ pensabile che sia. E quindi l’episteme o gli epistemi, per meglio dire, assumono un significato relativo e parziale; essi derivano in ogni caso da ciò che Plutarco chiama “l’impulso” – che Parmenide assimila alle “tenebre” o notte nominalmente contrapposte alla “luce”, ma, come egli stesso dice della luce o fuoco “anch’esso però in se stesso notte cieca al contrario” -, indefinibile e incompleto, dell’essere che è.

I diversi epistemi seguono pertanto i diversi impulsi e le diverse vie della conoscenza ingannevole. E tuttavia, come dice Parmenide e ribadisce Plutarco, essi stessi costituiscono nell’insieme la via “sensibile” all’essere che, nel corso di una normale e umana esistenza, necessariamente si accompagna alla via “intellegibile”, in qualche modo adulta, viceversa capace di comprendere in certo modo l’intero e quindi di dire che l’essere è. A questo punto non resta allora, qui, che un’ultima annotazione, che rinvia per ogni approfondimento all’opera già citata, e non solo, dello storico della scienza Giorgio de Santillana.

Nell’ultimo capitolo dell’opera, egli scrive che il pensiero post-socratico, cosiddetto per semplificare e per meglio intenderci, introduce al discorso dell’essere, al logos, “tre forme di religione scientifica”: atomismo, stoicismo, neoplatonismo. Dell’atomismo, egli dice che il più grande interprete sia stato il greco Democrito e con esso il romano Lucrezio. Ma, alla stregua del messaggio di Democrito, secondo cui “una mente sgombra da timore è il bene supremo”, lo storico individua numerosi epigoni, tra cui Cicerone, il Salvatore di ogni religione dell’aldilà, Epicuro e quanti altri hanno ricondotto o riconducono ogni conoscenza a un principio primo, dio, fortuna o caso che sia … “L’atomismo sfocia, del tutto naturalmente, in una teoria degli uomini come individui, ognuno dei quali realizza il proprio adattamento individuale alle forze esterne (Plutarco le avrebbe definite “impulsi”) (…) Lo stoicismo, invece, si propone di unificare uomo ed universo … (ma) il guaio dello stoicismo è(ra) il carattere composito che ricopr(iva) come di una patina l’originario impulso monistico”. E pertanto, ritorna il vizio di voler interpretare e caratterizzare monisticamente ciò che altro non è che l’impulso (di Plutarco).

Non resta che un’ultima religione scientifica, una diversa tendenza che lo storico chiama neoplatonismo, affrettandosi subito a precisare che: “sopravanza le altre per la sua importanza storica in quanto gettò le fondamenta di quella che fu poi la filosofia del cristianesimo” ma “va oltre e termina nello scetticismo totale (‘discriminazione’) e nell’indifferenza filosofica con Pirrone” e, per finire, “il simbolo centrale del neoplatonismo è la luce e l’irradiazione; il suo modello è il numero pitagorico, con un’insistenza quasi ossessiva sulla Triade” (in questo caso, massonica e non religiosa) e ancora “La sua ‘metafisica della Luce’ smaterializza l’universo; ma offre anche all’immaginazione fisica nuove maniere di pensare nei termini di una energia astratta, incorporea, che tutto permea”. Ciò che è altresì noto oggi come materia oscura, energia dei campi, meccanica dei quanti, etc.

Non avevo mai compreso finora cosa intendesse esattamente Giorgio de Santillana con la frase conclusiva dell’opera e cioè che: la scienza si difende contro l’avanzata del formalismo meccanizzato e dei dinosauri elettronici. Era il 1961. unico o monismo che intende manipolare l’essere secondo il proprio esclusivo La scienza, che sa di non sapere, si difende contro l’avanzata del meccanicismo, contro il principio principio o impulso, attraverso una sorta di ennesima reductio ad unum in cui l’impulso trasforma l’esistenza delle specie viventi, sensibili e intellegibili, in macchine o robot. Ma, che in alcun modo può essere assimilato a La Macchina del Tempo immaginata da Platone. Nel cui cosmo, infatti, l’impulso assume le più diverse forme e, come suggerisce Giorgio Israel, “non vi è alcuna ragione per lasciarsi andare a visioni ontologiche, escatologiche e persino fatalistiche” (2015). Ciò interessa il pensiero scientifico in tutte le sue forme, ma non il pensiero parmenideo dell’essere che: è.

Angelo Giubileo

Pubblicato in : #Pensalibero24, MetamorfosiTag: cicerone, discorso, importanza, iva, macchina del tempo, macchine, religione, severino

Info Angelo Giubileo

Angelo Giubileo (Torchiara, Salerno, Italy 1 aprile 1965), filosofo, giornalista e scrittore.
Già cultore della materia presso le cattedre di “Filosofia del diritto”, “Teoria dell’interpretazione” e “Logica giuridica” all’Università degli Studi di Salerno (aa.aa. 2000-2003).
Autore di numerosi saggi e articoli, pubblicati in Italia e all’estero.
In qualità di redattore:
– dal 2007 collabora con “Pensalibero” (Vicedirettore dal 2016 al 2023);
– dal 2016 collabora con “Il Quotidiano di Salerno”;
– dal 2018 al 2022 ha collaborato con “Antiche Curiosità” e la rivista “Destrutturalismo”;
– dal 2018 al 2023 ha collaborato con “Asino Rosso”;
– dal 2019 collabora con il “Nuovo Giornale Nazionale”;
– dal 2024 collabora con “PaeseRoma”;
– dal 2025 collabora con il movimento poetico-artistico d’avanguardia “DinAnimismo”.
Tra i saggi, si segnalano: “Scritti politico-liberali” (2016), “Pensioni: modello cileno per l’Italia?” (AA.VV. 2018), “L’essere e il nulla nell’era della tecnica” (2018), “La Macchina del tempo” in “TDay” (AA.VV. 2019), “L’alba del Mondo Nuovo” (2020), “Da Parmenide a Heidegger e ritorno” (2023), “Tutto è eterno” (2024); tutti disponibili in qualsiasi store.
Nel 2022 è stato cofirmatario dell’appello “Per una nuova bandiera euro-nazionale” pubblicato su Le Journal du Dimanche. In quanto autore dell’articolo “L’essere oltre la profezia”, pubblicato in “Dell’anno 2100” (AA.VV. 2023), è stato citato da Günter Berghaus nel suo periodico catalogo “A bibliography of Publications on Futurism” (2023). Nel 2025, è stato autore della prefazione “Il volo” alla versione italiana del saggio “Meccanica irrazionale” del fisico transumanista Giulio Prisco.

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