Nel suo intervento a Varsavia al consiglio Pse, Massimo D’Alema, in qualità di presidente della Feps, ha svolto una relazione politica improntata sull’odierna crisi della socialdemocrazia “tradizionale”, così come non solo in Europa. Il giudizio finale complessivo è stato piuttosto netto: “se le parole hanno significato e valore, la socialdemocrazia tradizionale (…) da sola non è più sufficiente”.
Ma se le parole hanno significato e valore, è per l’appunto con queste che bisogna fare i conti; e allora il discorso, è facile intuirlo, è in realtà molto ma molto più complesso di quanto possa semplicemente apparire; al punto che due paginette dattiloscritte appaiono senz’altro insufficienti, ma pur sempre possono servire a dare un’idea di dove s’intenda andare a parare. Il nuovo progetto “progressista” del socialismo europeo dovrebbe, secondo il giudizio di D’Alema, poggiare su tre pilastri: “democrazia, uguaglianza e innovazione”. Sì che, c’è da chiedersi cosa dovrebbe rappresentare il nuovo rispetto alla cultura tipica della socialdemocrazia definita tradizionale.
A ben vedere, il concetto di “democrazia” rappresenta in effetti il vero e proprio caposaldo di una nuova “ideologia”, secondo la parola in voga nel secolo scorso, servita per quasi due secoli a caratterizzare i diversi schieramenti politici tra loro diversamente contrapposti. In proposito, del tutto significativo è il dibattito ancora recente svolto in ambito internazionale circa la legittimità o soltanto l’opportunità di esportare la democrazia nei paesi che ne risulterebbero ancora privi. Il principio democratico, nelle sue varie articolazioni, fonda il diritto della maggioranza a governare una collettività in confronto all’azione svolta dalla minoranza, in un sistema di articolazione del potere più o meno ramificato e quindi in un’ottica bipolare formata nell’ambito di ciascun polo da una o più parti politiche.
In principio di intervento, D’Alema dice che “nei sistemi bipolari l’alternanza è fisiologica” e che “la crisi (della socialdemocrazia) ha portato alla luce la questione della rilevanza dei nostri valori: siamo stati sconfitti perché, sulla scia della Terza via, li abbiamo abbandonati”. Ora, mi permetto di dubitare: quale alternanza ha visto mai l’occidente prima della caduta dei due blocchi di potere americano e sovietico? In secondo luogo: non è stato forse proprio grazie alla scelta della Terza via che, nel corso degli anni novanta, e ancora oltre, è stato possibile ad alcuni schieramenti di centro-sinistra governare le maggioranze all’interno di molti paesi, e non solo europei? E ancora: se bene comprendiamo la scelta della Terza via tra il neoliberismo della destra e le politiche assistenziali della vecchia sinistra, cosa rappresenterebbe di diverso, almeno sul piano nominalistico, il futuro del nuovo progetto, se non per l’appunto una diversa via tra la socialdemocrazia “tradizionale” e il neo liberismo delle forze conservatrici; e quindi, direi ancora, sostanzialmente una Terza via?
Certo, sarebbe contraddittorio pensare che si è detto male della Terza via per dire poi bene di un’ipotesi progettuale che, sul piano del discorso logico, dovrebbe per forza essere altro; ma che poi, di fatto, non lo è. Perché, in realtà, di una Terza via ancora si tratta, ed è la via della democrazia liberale, stretta tra il principio liberale e maggioritario della democrazia e l’esigenza tuttavia di impedire ciò che Alexis Clèrel de Tocqueville (1805-1859) definiva “tirannia della maggioranza”. Secondo quanto da lui affermato, “per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte, poco m’ importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge».
Ed è questo il motivo per il quale, per la costruzione, necessita un secondo pilastro, che è quello detto, da sempre a sinistra, dell’uguaglianza. E D’Alema, anche da questo punto di vista, non dice niente di nuovo rispetto ad un recente passato. In un agone più ampio, che è quello del mondo globalizzato, occorre che la politica si riappropri dei propri spazi di potere sottraendoli all’economia del capitale, in modo da ridurre le diseguaglianze, mediante sistemi di tassazione finalizzati allo spostamento della ricchezza dal capitale al lavoro.
Rispetto ad un passato piuttosto recente, perché infatti, rispetto alla vecchia socialdemocrazia, non si tratterà di provvedere esclusivamente in termini redistributivi. Bisognerà, invece, cercare e promuovere l’innovazione scientifica e tecnologica, cioè il terzo pilastro; “consapevoli che nel 2025 la Cina e l’India produrranno il 40 per cento del PIL globale, mentre l’Unione Europea rischia di raggiungere solo il 15 per cento. Alla luce di questi dati, cultura, ricerca e innovazione devono diventare uno dei più importanti asset della Ue”.
Non la vogliamo chiamare Terza via, ma questo importa poco. Ciò che più conta è invece il fatto che, se le parole hanno un significato, è in gran parte ancora vero quello che Bobbio scriveva già nell’immediato dopoguerra (1946): “La caratteristica dello Stato democratico è questa: che individuo e Stato non sono più l’uno contro l’altro armati, ma s’identificano nella medesima volontà generale, che è la volontà di tutti che comanda a ciascuno. Nella lotta tra liberalismo e socialismo, accesasi il secolo scorso e aperta tuttora, la democrazia ha sempre rappresentato la salvezza dello Stato liberale che non vuole trasformarsi nel suo opposto, e dello Stato socialista che non vuole ricadere nell’anarchismo. E’ stata invocata a volta a volta come correttivo dell’uno e dell’altro. Come tale, ha pur rappresentato il punto d’accordo delle opposte tendenze”.
Quanto ad oggi, trovo l’intervento di D’Alema senz’altro convincente; anche se, rispetto ad ieri, sostanzialmente non aggiunge nulla di nuovo.
Angelo Giubileo

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