
C’è un paradosso che attraversa lo Stivale da decenni, forse da secoli. Viviamo in una democrazia che ci consente di criticare tutto e tutti, di contestare il governo senza paura, di scrivere, protestare, urlare, scioperare, votare, cambiare idea. Eppure una parte consistente dell’opinione pubblica guarda con sospetto, criticandolo violentemente, proprio quel sistema che le garantisce libertà e sicurezza, mentre si lascia affascinare da leader autoritari, da regimi che altrove non permetterebbero nemmeno metà delle libertà che qui diamo per scontate.
Per capire questo cortocircuito bisogna partire dalla nostra storia. L’Italia è una nazione giovane, unificata tardi, cresciuta tra poteri forti, Chiesa, monarchia, notabili locali. Il cittadino non è mai stato davvero educato alla responsabilità individuale come valore civile fondante. Più spesso è stato educato all’idea che qualcuno, dall’alto, avrebbe deciso per lui. Il paternalismo è diventato cultura diffusa. E quando la politica si trasforma in teatro morale, la tentazione dell’uomo forte torna ciclicamente.
C’è poi un altro elemento, più sottile. La democrazia è lenta, imperfetta, piena di compromessi. Non offre soluzioni rapide, non dà l’illusione della forza immediata. Al contrario, espone conflitti, mette in scena debolezze, accetta il dissenso come fisiologico. Per chi è cresciuto con l’idea che l’autorità sia sinonimo di ordine e l’ordine sinonimo di bene, questa fragilità apparente diventa motivo di disprezzo.
Il leader autoritario alla Putin, Kamenei e compagnia cantante, invece, promette semplicità. Parla in modo diretto, divide il mondo in amici e nemici, elimina le sfumature. In tempi di incertezza economica e culturale, questo linguaggio rassicura. È un racconto potente: qualcuno che decide, che punisce, che ristabilisce gerarchie chiare. Poco importa se il prezzo è la compressione delle libertà, la repressione del dissenso, la marginalizzazione delle minoranze. Da lontano, il pugno di ferro sembra efficienza ma vi assicuro che da vicino, è paura vera.
C’è anche un aspetto psicologico collettivo. Criticare la propria democrazia è facile perché non comporta rischi reali. È un esercizio a costo zero. Difendere regimi lontani, invece, diventa un gesto identitario, una forma di provocazione culturale. È più semplice romanticizzare l’autoritarismo quando non si è costretti a viverlo sulla propria pelle.
Infine c’è la disillusione. Corruzione, inefficienze, promesse tradite hanno logorato la fiducia nelle istituzioni. Quando la politica democratica delude, la tentazione è cercare scorciatoie. Ma la storia insegna che le scorciatoie istituzionali raramente portano a esiti migliori. Anzi, spesso chi invoca l’uomo forte scopre troppo tardi che il prezzo della forza è la libertà stessa.
La democrazia non è perfetta. Non lo è mai stata. È rumorosa, conflittuale, talvolta frustrante. Però consente l’alternanza, la critica, la correzione degli errori. Permette persino di attaccarla senza finire in prigione. È un sistema che si regge sulla responsabilità dei cittadini, non sull’obbedienza cieca.
Forse il nodo sta qui. La libertà richiede maturità. Richiede la capacità di convivere con il dissenso e con la complessità. L’autoritarismo offre l’illusione di liberare dalla fatica della scelta. Ma è un’illusione che la storia europea conosce bene, e che ha sempre lasciato macerie morali prima ancora che materiali.
Difendere la democrazia non significa santificarla. Significa comprenderne il valore concreto. È l’unico sistema che permette di cambiarla senza distruggerla. E questo, in un mondo che ancora oggi produce regimi sanguinari e repressione sistematica, non è un dettaglio.
La Democrazia bisogna meritarsela.
Piero Terracina

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