Il film in concorso a Venezia 2012 opera prima della regista Hassidim Rama Burshtein. Interessante esordio e apertura di un mondo ancora troppo chiuso.

Comunità poco conosciuta anche dagli stessi ebrei perché chiusa ad ogni contatto con gli altri; i membri vivono sempre fra di loro dedicandosi alla lettura dei testi sacri.
Esternamente facilmente riconoscibili: gli uomini, sempre vestiti di nero, hanno il volto incorniciato da lunghi boccoli: le donne sposate hanno i capelli coperti da sciarpe o foulard. I capelli sono coperti anche in casa.
Anche Rama e il marito, così abbigliati hanno sfilato sul tappeto rosso, erano facilmente riconoscibili nelle loro passeggiate al Lido anche perché il marito non si è mai scostato di un passo da lei e, quando per esigenze di interviste, doveva appena allontanarsi non la lasciava con lo sguardo.
Una delle tante curiosità: perché i boccoli? Simboleggiano i rotoli delle Sacre Scritture che ogni Hassidim deve avere sempre con sé.
Il film è tutto girato all’interno di un appartamento di Tel Aviv e la sua realizzazione ha creato problemi non indifferenti perché le regole di un set poco si addicono a quelle degli ultraortodossi. Per esempio uomini e donne non possono toccarsi, neanche per darsi la mano, e quando il protagonista, ebreo ma laico ha posato la mano sulla spalla della regista, i molti appartenenti alla comunità che partecipavano alle riprese, hanno pensato di sospendere tutto.
Come si vede nel film i fidanzati possono restare soli nella stanza ma la mamma è dietro la porta…lui parla del Talmud e lei del suo lavoro all’asilo.( Più o meno ancora negli sessanta nel nostro meridione accadeva la stessa cosa. Quanti di noi adolescenti in quegli anni non ricordano le “feste in casa” con la porta aperta e il padre che, “casualmente” passeggiava nel corridoio? )
Scopriamo che anche fra gli ultraortodossi vige la legge del matriarcato. Le donne si occupano sì dei figli, della cura della casa, ma soprattutto si occupano degli affari. Sono loro che gestiscono il denaro e che controllano come le entrate vengono spese, le offerte devolute, a chi e in quale quantità. In una scena del film la madre controlla e appunta diligentemente quanto il marito prende per aiutare alcuni membri della comunità in difficoltà e quanto distribuisce ad ognuno.
E’ la madre che spinge il marito ad avviare le trattative per il matrimonio dei figli, i quali possono poi liberamente decidere se accettare o no quello che viene loro proposto.
Il film comincia proprio con la scena di Shira e la madre che in un supermercato osservano un giovanotto con lungo cappotto nero e boccoli che escono dal cappello.
Shira è emozionata, quello è il giovane che le propongono di sposare…le piace, la trattativa arriverà in porto.
La morte per parto della sorella maggiore e la possibilità che il cognato sposandosi e allontanandosi da Tel Aviv porti via il nipotino fanno sì che le cose precipitino e a Shira viene chiesto di “colmare il vuoto” nella vita del cognato.
Alla fine Shira accetterà e il bambino resterà in famiglia.
“E’ una storia vera che mi ha colpito…ho voluto raccontarla per far conoscere il mondo cui appartengo, io ci vivo in questa comunità e mi trovo bene…il mondo ortodosso mi piace e trovo che la famiglia tradizionale sia più sexy” Queste alcune delle parole della regista in conferenza stampa.
Ci sorprende che Rama, come donna, non sia critica nei confronti di un mondo ancora arcaico nel modo di affrontare il matrimonio e i rapporti uomo/donna, ma la ringraziamo per aver aperto anche solo uno spiraglio su un mondo che vorremmo conoscere meglio anche per capire il loro rifiuto a riconoscere non solo l’indipendenza ma addirittura l’esistenza dello Stato di Israele (troppo umanamente terreno per il popolo di Israele).
Il film, accolto con molti applausi, ha fruttato alla bella Hadas Yaron (Shiva) la Coppa Volpi per la miglior attrice e uscirà sui nostri schermi distribuito dalla Lucky Red, il 16 novembre.

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