
Presentato lo scorso 23 aprile presso la sala Minerva del Senato il libro “Contro le due destre”, uscito il mese scorso per i tipi dell’Editrice Futura, con postfazione di Andrea Pancani, composto, a cura di Andrea Del Monaco, da venti contributi tutti sul filo della tesi espressa nel titolo, lo stesso dell’omonimo volume di Marco Revelli del 1996 edito da Bollati e Boringhieri.
Il libro esprime bene il pensiero e i sentimenti della sinistra fuori del PD, attualizzati ad oggi. E conferma l’attitudine di questo mondo della sinistra a non tener conto dell’esperienza basata sui fatti, ed a ostacolare senza volerlo l’evolversi delle relazioni politiche democratiche.
I fatti, di per sé, vengono visti come appaiono. Però non se ne coglie il tessuto connettivo, e perciò non se ne intende la prospettiva di sviluppo. Che non è mai deterministica, ma sempre probabilistica. E che di conseguenza non può essere mai imposta ma solo favorita creando le condizioni volute e attendendo poi per vedere se si sviluppino davvero nel senso auspicato.
Il libro di oggi, come quello del 1996, testimonia questo errore di prospettiva e lo ripete. Indica in modo realistico i limiti di ciascuna delle due culture – quella dell’area PD e quella dell’area berlusconiana che si sono via via ripetute. A partire dalla contrapposizione dell’Ulivo e del Polo delle Libertà, divenuta nel decennio successivo bipolarismo monopolistico tra Berlusconi e Veltroni, trasformatasi negli anni seguenti, sotto l’ombrello UE all’insegna dell’austerità, nel governo dei tecnici e comunque in quelli del presidente. Infine negli ultimi anni arrivata a Draghi, timoniere della tecnocrazia ma al governo in nome di tutti, e poi alla destra centro di Giorgia Meloni. Infine, la logica delle due destre prevale anche nella UE schierata come parabelligerante nella guerra alla Russia e al suo autocrate.
In tale trentennio, sostiene il libro, le culture di governo hanno nella sostanza seguito un progetto simile. Si è iniziato dalla fine della centralità del lavoro salariato, dalla constatazione dell’inutilità di sprecare energie in un esercito organizzato del lavoro , dalla retrocessione del problema della povertà da questione sociale a questione individuale, dall’adottare l’ordoliberismo reazionario, fino a perseguire ai giorni nostri non il welfare bensì il warfare.
In sintesi, questo libro “Contro le due culture” è il tipico grido di dolore della sinistra profonda. Di fronte agli avvenimenti, esibisce i propri desideri ancestrali circa il dover essere ed evita con cura di proporre risposte costruttive capaci di sciogliere i nodi esistenti al momento. Una linea siffatta ha l’effetto opposto al voluto e perpetua di continuo l’egemonia delle due destre.
La sinistra profonda non ha finora accettato che il motore evolutivo della convivenza umana sono gli individui e la loro intima diversità, con il loro incessante applicare il proprio spirito critico, che esprime giudizi, iniziative, desideri, valori, e valutandone i rispettivi risultati nell’incidere sugli strumenti del convivere. Per questo, la sinistra profonda bistratta i liberali, addirittura confondendoli con la destra conservatrice. Perché i liberali seguono il cammino politico opposto, mettendo prima di tutto la libertà del cittadino e la diversità di ognuno. E quindi parlano di individuo e non di persona (onde valorizzare lo spirito critico al posto del relazionarsi) e rifuggono concetti irrealistici tipo il bene comune o le dannose parole d’ordine impositive.
Bistrattando i liberali, la sinistra profonda danneggia non poco le dinamiche del convivere. Per il motivo che, lavorando contro i liberali , agevola il dominio delle due culture quando si affrontano i nodi del vivere. Lo agevola indebolendo parecchio il loro avversario fisiologico, il liberalismo, il quale sarebbe per loro pericoloso poiché portatore di proposte puntuali e moderate, che, senza bisogno di vellicare amicizie e burocrazie, danno soluzioni flessibili aderenti al reale. Quando non vittima di martellanti campagne disinformative, talvolta venate di livore, Il metodo liberale, con il suo realismo, favorisce il cambiamento, usando le libertà individuali del cittadino, per costruire la società aperta e per evitare di chiudersi in comunità.
Inoltre, i liberali non puntano mai a sostituire gli altri partiti e culture, bensì ad avere una minima quantità di consenso per far valere le idee di libertà e i comportamenti liberali negli indirizzi del dibattito. Perché, come insegna lo sperimentare quotidiano, il mondo evolve nutrendosi della diversità esercitata nella libertà e rifuggendo libri sacri ed ideologie. Ed è dannoso governare senza tenerne abbastanza conto.
Raffaello Morelli

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