
di Gaia Mastrosanti*
La by-election di Makerfield doveva misurare la forza di Reform UK. Ha finito invece per riaprire la questione più delicata della politica britannica: il futuro di Keir Starmer.
Andy Burnham, sindaco di Manchester e tra le figure più popolari del Partito laburista, ha conquistato il collegio con il 55% dei voti, superando nettamente Robert Kenyon di Reform UK, fermo al 35%. Più distante Restore Britain, la nuova formazione guidata da Rupert Lowe dopo la rottura con Nigel Farage, che si è fermata attorno al 7%. Un risultato particolarmente significativo perché Burnham ha ottenuto più voti di Reform e Restore sommati insieme, smentendo la tesi secondo cui la divisione della destra sarebbe stata decisiva per la sua affermazione.
A prima vista dovrebbe trattarsi di una buona notizia per il governo britannico. Il Partito laburista ha conservato un collegio che molti consideravano vulnerabile dopo le difficili elezioni amministrative di maggio e in un momento in cui Reform sembra dettare il ritmo del dibattito politico nazionale, soprattutto sui temi dell’immigrazione e della sicurezza.
Eppure, a Westminster, il risultato viene letto in modo molto diverso. Burnham non si era candidato soltanto per tornare in Parlamento dopo quasi dieci anni di assenza dalla politica nazionale. Da settimane dichiarava apertamente di voler sfidare Starmer alla guida del Partito laburista. Per farlo aveva bisogno di un seggio parlamentare. Makerfield era il passaggio obbligato.
La sua vittoria non rafforza quindi il primo ministro. Al contrario, rende concreta una sfida alla leadership che fino a ieri apparteneva soprattutto al terreno delle ipotesi. È per questo che molti esponenti laburisti interpretano il voto non come una vittoria del governo, ma come il primo atto della battaglia per la successione a Starmer.
In altre parole, il risultato più importante emerso da Makerfield non riguarda soltanto la capacità del Partito laburista di fermare Reform UK. Riguarda la crescente convinzione, all’interno dello stesso partito, che Burnham possa essere l’uomo chiamato a impedirne la sconfitta alle prossime elezioni generali.
Perché Makerfield contava così tanto
Per comprendere la portata del voto bisogna partire da una caratteristica del sistema politico britannico. Per candidarsi alla leadership del Partito laburista è necessario essere membri della Camera dei Comuni. Burnham aveva lasciato Westminster quasi dieci anni fa per dedicarsi alla politica locale e trasformare Manchester in uno dei principali laboratori di devoluzione del Regno Unito. Per tornare sulla scena nazionale aveva bisogno di un seggio parlamentare.
Makerfield gli ha offerto questa possibilità. Il collegio, situato nell’orbita di Wigan, rappresenta molte delle contraddizioni della politica britannica contemporanea. Ex territorio industriale, storicamente legato al Partito laburista, è stato attraversato negli ultimi anni dalle stesse tensioni che hanno ridisegnato la geografia elettorale del Regno Unito: Brexit, declino della fedeltà partitica tradizionale, sfiducia verso Westminster e crescita del consenso per la destra populista.
Per settimane giornalisti, dirigenti di partito e osservatori politici hanno trattato Makerfield come una sorta di laboratorio nazionale. Non tanto per l’importanza della circoscrizione in sé, quanto per ciò che avrebbe potuto rivelare sul futuro della politica britannica.
L’ironia è che Makerfield non è neppure una comunità particolarmente omogenea: è un insieme di sobborghi, villaggi e aree residenziali attorno a Wigan, privo di una vera identità collettiva. Eppure è lì che si è concentrata l’attenzione di Westminster.
Il contesto: un governo in difficoltà
La suppletiva arriva nel momento più difficile della breve esperienza di governo di Keir Starmer.
Meno di due anni dopo la vittoria elettorale del 2024, il Partito laburista appare già in forte difficoltà. Le amministrative di maggio hanno segnato una battuta d’arresto significativa, con Reform UK capace di conquistare ampie porzioni dell’elettorato operaio e post-industriale che un tempo costituiva il cuore del consenso laburista.
Nell’area di Wigan, che comprende gran parte di Makerfield, Reform aveva ottenuto risultati particolarmente significativi, vincendo quasi tutti i seggi in palio alle elezioni locali. Per Nigel Farage la suppletiva avrebbe dovuto rappresentare il passaggio successivo: dimostrare che il consenso registrato nelle amministrative poteva tradursi anche nella conquista di seggi parlamentari. Parallelamente, la leadership di Starmer è stata indebolita da mesi di tensioni interne.
Il primo ministro si trova stretto tra una base elettorale che continua a perdere fiducia nel governo e un gruppo parlamentare sempre più inquieto. Dopo il risultato delle amministrative, decine di deputati hanno iniziato a discutere apertamente della successione. Le dimissioni del ministro della Difesa John Healey, accompagnate da una dura critica alla gestione del governo, hanno ulteriormente alimentato la percezione di un esecutivo in affanno.
In questo contesto si inseriscono anche le difficoltà personali del primo ministro. Starmer è arrivato a Downing Street proponendosi come leader pragmatico e moderato, attento alle priorità dell’elettorato su temi come immigrazione, welfare e politica economica. Ma proprio questa ricerca costante di equilibrio ha finito per alimentare le critiche di chi gli rimprovera l’assenza di una visione politica riconoscibile. Il risultato è un paradosso che pesa oggi sul governo britannico: alcune delle sue politiche continuano a raccogliere consenso, mentre la popolarità del premier continua a diminuire.
La vittoria di Burnham
È in questo vuoto politico che si inserisce la vittoria di Burnham. Il sindaco di Manchester è riuscito a fare qualcosa che il governo non riesce più a fare da tempo: entusiasmare una parte dell’elettorato laburista.
Alla vigilia del voto, una delle domande più discusse riguardava l’impatto di Restore Britain sulla corsa di Reform UK. L’ipotesi era che Rupert Lowe potesse sottrarre voti decisivi a Nigel Farage. I risultati finali suggeriscono però che il fattore determinante sia stato un altro: Burnham ha ottenuto più consensi di Reform e Restore messi insieme.
Negli ultimi dieci anni Burnham ha costruito la propria immagine politica alla guida di Manchester, presentandosi come un amministratore vicino alle comunità locali e spesso critico nei confronti di Westminster. Pur essendo un esponente storico del Partito laburista, è riuscito a proporsi come qualcosa di diverso dall’establishment londinese. Una posizione che gli ha permesso di intercettare parte di quel malcontento territoriale e anti-establishment su cui Nigel Farage ha costruito l’ascesa di Reform UK, senza rinunciare però alla credibilità di governo.
Il problema di Reform
Per Reform UK il risultato è ambiguo. Da un lato il 35% conferma la capacità del partito di attrarre consenso in territori che fino a pochi anni fa erano considerati roccaforti laburiste. Dall’altro, la sconfitta arriva proprio dove il partito sperava di ottenere una vittoria simbolica. Farage deve inoltre affrontare un problema nuovo. Negli ultimi mesi Rupert Lowe e Restore Britain hanno iniziato a contendere a Reform l’elettorato più radicale, spingendo il dibattito pubblico britannico ancora più a destra.
Immigrazione di massa, deportazioni su larga scala e persino il ritorno della pena di morte sono entrati nel discorso politico con una frequenza impensabile fino a poco tempo fa. Makerfield mostra che questa competizione esiste, ma suggerisce anche che non è stata decisiva. Reform non ha perso perché Restore gli ha sottratto voti. Ha perso perché Burnham è riuscito a costruire una coalizione elettorale più ampia.
Cosa succede ora nel Partito laburista
È qui che il voto assume una dimensione nazionale. La vittoria di Burnham riapre immediatamente la questione della leadership. Secondo le regole del Partito laburista, una competizione per la leadership può essere avviata se un candidato ottiene il sostegno del 20% dei deputati. Una volta raggiunta la soglia, il leader in carica entra automaticamente nella competizione e la decisione finale viene affidata agli iscritti. Per questo motivo Makerfield non era soltanto una suppletiva. Era il passaggio necessario per consentire a Burnham di entrare nella partita. Nelle prossime settimane si apriranno diversi scenari.
Il primo, e probabilmente quello preferito dal sindaco di Manchester, prevede un’uscita di Starmer. Gli alleati di Burnham ritengono che il primo ministro dovrebbe riconoscere la perdita di consenso e concordare una transizione rapida verso una nuova leadership. Il secondo scenario è quello di una sfida formale. Burnham potrebbe raccogliere il sostegno necessario tra i deputati e costringere Starmer a confrontarsi direttamente con lui davanti agli iscritti. Esiste però anche una terza variabile: Wes Streeting. L’ex ministro della Sanità rappresenta l’ala più centrista del partito e potrebbe decidere di entrare nella corsa, trasformando la successione in una competizione a tre. In quel caso il confronto non riguarderebbe soltanto la persona del prossimo leader, ma anche la direzione ideologica del Partito laburista.
La vera domanda è se Burnham sia soltanto l’uomo che può sostituire Starmer o il politico che può ridefinire il progetto laburista. Da anni denuncia l’eccessiva centralizzazione del potere a Londra e sostiene la necessità di spostare risorse, competenze e investimenti verso il Nord dell’Inghilterra. Attorno a lui si è consolidata una rete di amministratori locali, parlamentari e dirigenti che immagina un partito meno londinese e più radicato nelle città post-industriali che negli ultimi anni hanno oscillato tra Brexit, Conservatori e Reform. La sua vittoria a Makerfield viene letta dai sostenitori come la prova che esiste ancora una strada per riconquistare quell’elettorato.
Non è detto che abbiano ragione. Burnham ha già perso due corse alla leadership e non ha ancora chiarito come tradurrebbe la sua popolarità locale in un programma di governo nazionale. Ma da oggi il dibattito nel Partito laburista non riguarda più soltanto la sopravvivenza politica di Starmer. Riguarda il futuro della sinistra britannica. E il fatto che questa discussione sia stata innescata da una piccola circoscrizione alla periferia di Wigan dice molto sul momento che sta vivendo il Regno Unito.
Gaia Mastrosanti
*Istituto Ispi

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