Doveva essere la legislatura della semplificazione ed invece rischia di essere la prima legislatura della cosiddetta seconda Repubblica della moltiplicazione dei partiti dei partitini e delle sigle. All’indomani delle politiche 2008 tutti lì a salutare, più o meno sinceramente, la semplificazione in Parlamento con 4 o 5 grossi gruppi: da una parte Pdl e Lega, dall’altra Pd e Italia dei Valori e al centro Casini con il suo Udc. Sono bastati pochi mesi e poi i cosiddetti grossi gruppi hanno figliato gruppetti e gruppuscoli, partiti e partitini ad personam. A volta per distacco, altre volte per confluenza di anime diverse. Il trasformismo non è certo nato ieri pomeriggio. Lasciando stare per una volta i risvolti politici, che son tutti da vedere nelle prossime settimane e mesi, oggi ci incuriosisce la parte nominale, il fronte delle sigle, appunto la curiosa selva dei nomi, la singolare foresta dei marchi: se ne inventano di tutti i colori, talora con imbarazzo del buon senso.
Tutto nasce dalla scissione finiana e dalla fondazione dei Responsabili, che diventano anche responsabili di una serie di altri sottogruppi. L’ultima che ci ha colpito anche, per l’indubbio slancio futuristico, è il partito del neo ministro dell’agricoltura Saverio Romano, 47 anni, di Palermo: il suo partito si chiama “Pid”, Popolari Italiani di Domani. Nel tempo della lotta acerrima alla gerontocrazia, politica, bancaria, sociale ed editoriale, un bel gruppo di popolari di domani fa sempre comodo, anche perché i popolari di ieri li abbiamo già conosciuti. Ah i bei tempi del Rinnovamento Italiano e dell’Udr. Ah i bei tempi, ma qui andiamo nella preistoria politica , del PRI Partito Repubblicano italiano e del PSDI, Partito Socialista Democratico Italiano, quelli sì che davano del filo da torcere ai baroni della Dc e agli scattosi deputati del Pci. Non è ancora sigla di partito, ma a contendere il ricordo del Pri ci potrebbe essere il movimento del sindaco di Firenze Matteo Renzi con il suo Partito Rottamatori Italiani. Partiti, movimenti, sigle e siglette che forse il prossimo refolo elettorale spazzerà via, come una foglia secca di magnolia, che fa tanto arrabbiare la mamma in giardino. Non ci bastavano i Fli di Futuro e libertà, di Fini e Bocchino, gli Api di Alleanza per l’Italia, di Rutelli e Tabacci, gli Adc, di Alleanza di Centro di Pionati, e la Forza (sia con te) del Sud di Miccichè, era giusto avere anche i Popolari di domani, che speriamo tuttavia si impegnino già da oggi. Alleati di qua, popolari di là, liberali di qua, moderati un po’ dappertutto, e qualche riformista in giro, federalisti a go go, ambientalisti e a “impatto zero” come se piovesse, socialisti che rispuntano, democratici giustamente ovunque. E intanto il popolo delle urne, nella selva curiosa delle sigle, fa la sua opera di chiarezza: voti e voti a personalità in cui crede, dalla Lega a Sel, dal Pdl a 5 Stelle di Grillo. Dove si dimostra che, almeno nelle urne per le città e per i paesi, è ancora e sempre la fiducia nella donna e nell’uomo che si lancia per amministrare che la fa da padrona. “Meno male”… e, tranquilli, non è un partito.
Fabrizio Binacchi www.virgola1.splinder.com

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